Chi ha ucciso il vecchio blog?

E' l'ora di Facebook, il reality della rete. Un anno fa per essere qualcuno dovevi scrivere dei post autorevoli. Ora si va a caccia di "amici" e il successo dura lo spazio di una riga. Sul nuovo social network le persone sono "tracciabili" e si può curiosare nella loro vita

Blog, addio. La massa nella Rete ti saluta e se ne va, attratta da un altro buco della serratura da cui guardare il reale. Un buco stavolta così ampio che a pensarci bene - ma senza rifletterci troppo - potrebbe far entrare tutto il mondo. Ce ne andiamo da quelle pagine di scrittura fitta fitta, che ora, confrontata con gli stitici commenti e status di Facebook, somiglia in modo preoccupante a un libro travestito da pagina web. Tutto a un tratto, i blog pesano, assorbono energie, richiedono tempo e neuroni. Te li devi cercare, sapere quale url digitare in un mare che è diventato troppo grande e frammentato, mentre Facebook è Uno, è tutto lì e puoi guardare dentro le vite degli altri minuto dopo minuto, proprio come in un reality.

Tutto a un tratto il blog è diventato cosa di nicchia, cinemino di terza visione con dibattito, approfondimento da intello. E gli intello ce lo confermano: «I blog sono diminuiti di numero ma migliorati in qualità» ci spiega il poeta Mario Benedetti, che ha appena curato per Mondadori l'antologia Bloggirls. Voci femminili dalla rete, in uscita la prossima settimana. «La "chiacchiera", se vogliamo dire così, è passata su Facebook e potremmo anche dire che Facebook ha rafforzato il blog come "scelta" precisa di comunicazione e di conseguenza che questa "scelta" (dell'essere blogger) si contrappone come "alta" o più alta rispetto ad altre scritture della Rete».

Tuttavia prima di proseguire verso un cammino virtuale che pare irreversibile, confessiamo: la peculiarità che distingue Facebook, il fenomeno web più eclatante dei nostri tempi, è il voyeurismo. La community che in Italia secondo Eurispes ha catturato oltre il 72 per cento dei giovani fra i 18 e i 24 anni ha spazzato via quello che voleva essere - anche - il nuovissimo spazio di approfondimento del nuovissimo millennio: abbiamo piegato la Rete - nata come zona temporaneamente autonoma - ai voleri della pop culture, dato che il voyeurismo per blog è impraticabile.

Dov'è la notizia? Che ci piaccia sbirciare nelle vite degli altri l'aveva già rivelato il Grande Fratello. Ma che queste vite si intreccino con la nostra, che coloro dei quali spiamo ogni minuto e commentiamo - e però siate brevi, per favore - le esistenze possiamo chiamarli nostri «amici», ecco, questo ce lo permette soltanto Facebook, il nostro personal reality. Fine, dunque, delle fanciulle disinibite che raccontavano su blog in lunghe pagine gustose le proprie notti brave o la scoperta del sesso, finendo poi per essere «scoperte» dall'editore di turno pronto a raccogliere in best seller quanto era già stato ampiamente postato. Fine delle estenuanti «battaglie politiche» combattute a colpi di aggiornamenti del proprio blog di ora in ora. Adesso la rivoluzione si fa su Facebook, con inviti crudi e scarni e definitivi: su Facebook si ha torto o ragione, si è pro o contro, si deve vivere o morire spesso nello spazio di una riga. Non conta contare, ma contarsi.

«Il blog - prosegue Benedetti - è relativamente, "teoricamente" interattivo, Facebook lo è in assoluto. I blog hanno una propria identità come tipologia testuale: il cosiddetto "post" costituito da un testo solitamente personale e originale a cui seguono i "commenti" eventuali dei lettori. Ma i commenti non sono indispensabili affinché il blogger continui a inserire i propri interventi: la cadenza dei post, il loro ritmo (e di conseguenza il ritmo del blog), è dettato dalla velocizzazione imposta dalla Rete stessa come pure lo sono la struttura e la lingua dei testi pubblicati. In questo i blog sono unici».

Che cosa rimane dunque di questa forma di pubblicazione del pensiero in Rete battezzata blog per la prima volta proprio dieci anni fa da Peter Merholz? I diari personali che si fanno collettivi, i blog di attualità, primo fra tutti quello di Beppe Grillo, le vetrine di foto e persino i blog aziendali, continuano a esistere, ma hanno perso audience, scavalcati da un social network repentino e a ciclo continuo, in cui la cerchia degli «amici» voyeurs reclama l'aggiornamento costante.

«I blog, così faticosi e mediati per l'utente, sono più o meno in via di estinzione e di certo si è verificato un travaso di utenti su Facebook» conferma Paolo Ferri, docente di Teoria e tecnica dei nuovi media all'Università Bicocca di Milano. «Farò un esempio. Stiamo svolgendo una ricerca sulla comunicazione politica e ci siamo resi conto che la discussione sul blog, almeno rispetto alla sfera politica, genera poche reazioni, fino ad arrivare a quelli che Gert Loevick chiama "Zero comments", cioè blog senza commenti. La gente considera Facebook più immediato, più facile da usare e soprattutto forte generatore di visibilità personale mappabile, cosa che con il blog non è possibile. I blogger affezionati, un po' simili a una setta virtuale, sono diventati un "genere letterario", creano "blog d'autore" che transitano alla carta stampata con relativa facilità. Intanto, i blog "sociali" a volte perdono potere istituzionale. Prendiamo il blog di Beppe Grillo: all'inizio era una forma di comunicazione alternativa, colmo di commenti seri. Ora è uno sfogatoio, pieno di vituperi, insulti, superficialità. Altri blog si "chiudono" e diventano come siti, ingessati, del tutto privi di interattività».