Chi ha vinto in Mediobanca

Non ci sono dubbi. La partita per il controllo di Mediobanca, primo azionista delle Generali e del Corrierone, è stata vinta da Cesare Geronzi. I dirigenti storici della banca hanno cercato di fare muro, hanno trovato una sponda (fragile) nell’Unicredit di Alessandro Profumo, ma alla fine hanno solo preso tempo. Anche il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, si è trovato incastrato nella partita. Suo il regolamento che ha dato lo spunto a Geronzi per rimescolare le carte per il governo societario della storica banca d’affari.
Le norme stabilite da Bankitalia rendono infatti il consiglio di sorveglianza di Mediobanca (dove siedono gli azionisti e Geronzi) poco più di un collegio sindacale, con minima capacità di intervento: l’operatività è infatti prerogativa del consiglio di gestione (dove siedono i cinque manager storici di Piazzetta Cuccia). Uno degli azionisti al Giornale ha efficacemente sintetizzato la sua condizione: «Che interesse abbiamo a mettere i soldi in una società dove il nostro ruolo è poco più che notarile?».
Geronzi ha poi saputo ben cucinare i suoi rapporti con il governo, quelli storici con Gianni Letta, e quelli rinnovati con Giulio Tremonti.
Ieri Mediobanca ha dunque sostanzialmente deciso di abbandonare il sistema di governo duale, che allontanava Geronzi e soci dalla gestione della banca. Non ha avuto luogo un blitz. Non si è votata una delibera già confezionata, ma si è deciso di decidere a metà settembre: l’esito è però scontato. Come a questo punto sembra possibile l’uscita dall’istituto dei manager che l’hanno gestito in splendida continuità con l’eredità di Enrico Cuccia e Vincenzo Maranghi. La proposta iniziale di Geronzi era quella di coinvolgere tre dei cinque manager nel prossimo consiglio di amministrazione: ma sembra che non abbia avuto effetto.
Anche sul fronte dei soci, Geronzi ha avuto pochi ostacoli. Nei giorni scorsi si era pensato che il blocco di oppositori capitanati da Unicredit (Profumo però non si è presentato agli appuntamenti decisivi), con la sponda dei soci storici Pesenti e Cerruti e di quelli finanziari Commerzbank e Sal Oppenheim, potesse tutelare maggiormente il management: ma così non è stato. Il gruppo degli azionisti francesi aveva iniziato a esprimere qualche perplessità sin dall’ultimo consiglio di sorveglianza.
Antoine Bernheim (presidente delle Generali) e Tarak Ben Ammar avevano esplicitamente chiesto lumi sulla nuova iniziativa retail lanciata da Mediobanca (Che Banca!) e non avevano nascosto una certa irritazione per il fatto di essere stati informati solo a cose fatte. Alla fine i manager si sono trovati con al loro fianco (ma solo nello spirito, visto che fisicamente era all’estero) il solo Profumo.
Nella scacchiera del nostro fragile capitalismo, Geronzi porta a casa un successo. E si mette al centro del ring. Profumo, ha gestito, con poca convinzione la partita in Mediobanca. E Giovanni Bazoli, il presidente di Intesa, l’altra grande banca italiana, ha in casa quel sistema di governo dualistico che smorza poteri e responsabilità di cui Geronzi si sta liberando. Nei prossimi mesi si avrà ragione più concreta della piccola tempesta che si è creata (più sui giornali, per la verità) in casa Mediobanca. La cartina di tornasole sarà il futuro assetto di Telecom Italia, la grande malata. Ieri Gilberto Benetton, in una completa intervista rilasciata ad Alessandro Plateroti sul Sole24ore, ha candidamente ammesso che sono necessarie nuove risorse per fare andare avanti l’azienda. Mediobanca e Intesa sono azioniste della società di tlc. E sanno bene che il possibile aumento di capitale deve recuperare risorse fresche per almeno dieci miliardi di euro. Non poco. Soprattutto sapendo che gli spagnoli di Telefonica (anche essi azionisti della Telecom) hanno pronta (con la collaborazione di Gerardo Braggiotti) un’offerta per portarsi a casa tutto il pacchetto. Geronzi diventa così il regista della difesa di un altro pezzo nobile del capitalismo italiano.
Nicola Porro