«Ma chi mi ha violentata è tornato a fare del male»

Tre anni dopo e non è cambiato nulla. «Quello che fa ancora più male? Sentire che quel bastardo continua a fare male».
Caterina non ha mai accettato di sentirsi una vittima. Caterina ha sempre voluto reagire da quella maledetta notte del 2005 quando quattro rumeni clandestini le sono saltati addosso e l’hanno violentata a turno. Uno strazio indelebile. Una beffa orribile quando la televisione ripete ancora quello stesso maledetto nome: Arghil Alin Ciucur. Lei ascolta, si morde il labbro e manda giù le lacrime. Il rumeno che quattro anni prima l’aveva violentata è tornato. Feroce come allora a caccia di coppiette. Con la stessa ossessione. Stuprare. Anche la zona era sempre quella. A sud di Milano. Tre anni dopo a impedire una violenza in fotocopia è stata solo altra violenza. Arghil questa volta ha trovato un ragazzo più forte di lui che l’ha picchiato e ha impedito che la sua fidanzata fosse violentata sotto i suoi stessi occhi.
Da allora sono passati tre anni, ma non c’è giorno che a Caterina non torni in mente, anche per un solo secondo, quello schifo. A poco era servito il riformatorio per il rumeno, che allora doveva compiere i 18 anni. A niente la comunità di recupero, gli incontri con gli psicologi, con gli assistenti sociali.
«Continuo a ripetermi che quelle persone non possono condizionarmi la vita. Non posso permetterglielo. Non devono vincere loro». Difficile essere forti quando ti senti da solo. Quando vedi che nonostante gli sforzi della polizia per catturarlo, torna subito libero. «Va sempre a finire così. Non cambia mai niente. Quando tornano fuori ricominciano la vita più balorda di prima». Caterina ha 25 anni, un lavoro part- time, un fidanzato che l’ha aiutata a uscire dall’incubo e un sogno. Che dopo quello stupro ha preso sempre più forza, sempre più determinazione: laurearsi in legge. Prima Caterina era una studentessa come tante.
Poi, qualcosa è cambiato per sempre. «Avevo iniziato a studiare giurisprudenza già prima di quella notte, ma da allora ci ho messo più impegno, ho studiato per capire le carte del processo, questo sarà il mio futuro. Non ho deciso ancora, però, se voglio fare il magistrato o l’avvocato». In questo caso Caterina ha già deciso che gli stupratori non riuscirà mai a difenderli, come il suo legale, Eleonora Ferrillo. Neppure lei non difende gli stupratori, e lo fa con più convinzione da quando conosce Caterina, da quando è dovuta entrare in tutte le pieghe di quell’orrore, un “bastardo che entra nella pancia di una ragazzina”.
Caterina non ha mai voluto abbassare lo sguardo. Ha sempre voluto parlare e raccontare tutto. «Tenersi tutto dentro è sbagliato. Per me è stato fondamentale parlarne tanto. Se diventa tabù è finita. Diventa meno grave se riesci a buttare fuori tutto».
Oggi Caterina è una persona nuova. «Non ho dimenticato, ma sono sicura che si può andare avanti. Quando sentivo di ragazze violentate pensavo che se fosse successo a me, io non sarei mai riuscita a tirarmi fuori».
E invece no. C’è sempre una forza che sotterranea riemerge. Nella disperazione totale e più nera Caterina ha conosciuto se stessa. è più forte di prima. Più decisa. Intorno c’è sempre la famiglia, il fidanzato, le amiche. Ci sono loro a sorreggere, a consolare, a coccolare. «Il mio ragazzo e mio padre hanno sempre paura quando giro da sola, sono sempre protettivi, anche troppo. Ma li capisco, non sanno qual è la cosa giusta per me, non lo so neanche io. a volte».
Resta il ricordo, che colpisce anche a tradimento. Anche quando stai facendo tutt’altro. «Tutto mi può ricordare quella sera, le violenze di questa settimana, ma basta anche un apprezzamento per strada che mi sale una rabbia». Un dolore indelebile.
Caterina ripete: «Non devono vincere loro». Loro, convinti di poter rubare il sesso. Convinti di potercela fare, a non pagare mai. A scivolare nel nulla, senza documenti e senza passato. Una vita balorda che conosce solo violenza. «Quello che mi hanno fatto non si cancellerà mai. Ma loro?». «Voglio che restino in carcere senza nessuno sconto. A me non ne hanno fatto».