Chi oggi fa il buonista non conosce la vera miseria

Il molto caritatevole «buonismo» che ci circonda mi riporta alla mente gli anni della mia infanzia, anzi proprio gli anni di guerra. Eravamo tre figli, la mamma e la nonna materna sulle spalle di mio padre col suo stipendio da poliziotto. Ma i soldi non servivano perché non c’era nulla da comprare, niente vestiti, niente scarpe, niente cibo se non qualche chilo di farina di castagne o di segale a mercato nero. Era il tempo in cui si scucivano gli abiti vecchi e logori per rivoltarli e riadattarli per sentirsi sempre in ordine. Avevamo pudore di quella condizione, era un malessere diffuso e ciascuno era tanto impegnato a leccare le proprie ferite che non poteva occuparsi di quelle degli altri. Chi ha vissuto l’ultima guerra ricorda la fame senza «soccorsi umanitari», mancavano farmaci e vaccini, si moriva ancora di tubercolosi e di polmonite, la polio faceva ancora paura. Era una povertà che la mancanza delle attuali tecnologie rendeva più incisiva e dolente ma mai per nessuna ragione ostentata, anzi, si cercava di dissimularla. Non esistevano accattoni né gente seduta sui marciapiedi a chiedere soldi ai passanti e chi si prostituiva lo faceva a scapito della propria reputazione. Nessuno poteva fare affidamento se non sulla propria dignità, i propri valori e le proprie forze. E avevamo la convinzione che piagnucolando e facendoci vittime sarebbe stato comunque inutile. La mia generazione è cresciuta con questa grande scuola di vita. I giovani di oggi hanno perso una preziosa occasione.