Chi parla di mafia prima visiti Chioggia

BARUFFE CHIOZZOTTE. Si parla tanto di mafia in Sicilia. Siete mai stati a Chioggia? È una pittoresca cittadina marinara fra la laguna veneta e il delta del Po. Attorno al suo mercato ittico ruotano affari per 300 milioni di euro (dichiarati nel 2003). A Chioggia si conoscono tutti e tutti si chiamano Boscolo. Siccome non possono distinguersi per il cognome, i 2.357 Boscolo che compaiono sull’elenco del telefono si qualificano con i soprannomi: Cegion, Berto, Bielo, Buleghin, Mezzopan, Chielon, Bariga, Gnolo, Moreto... Il problema è che ci sono 121 Boscolo Cegion, 39 Boscolo Berto e 35 Boscolo Bielo.
I foresti a Chioggia sono guardati con sospetto. Mi capitò d’arrivarci per lavoro nel ’99. Il direttore di Panorama mi aveva commissionato un reportage da Trieste a Santa Maria di Leuca sulla guerra del Kosovo vista da questa sponda dell’Adriatico. Tre pescatori chioggiotti erano rimasti feriti dalle bombe a grappolo scaricate in mare da aerei della Nato. Nonostante sia io che il fotografo Michele Gregolin, veneziano, parlassimo un rassicurante dialetto, al porto fummo circondati dai loro colleghi. Eravamo intrusi che facevano troppe domande. L’avvertimento fu scabro: «Atenti a queo che scrivè, se no vegnimo torve a casa». Non credo che serva traduzione.
A Chioggia l’intercalare più ricorrente è: «Ti me tol ea vita», mi togli la vita. Venti giorni fa è successo davvero: Claudio Carisi, presidente di una cooperativa di pescatori, è stato ucciso con una coltellata al cuore da Derri Perini, presidente di una cooperativa rivale. L’aggressore voleva vendicare il pestaggio di un socio, al quale pare che Carisi, 24 ore prima, avesse fracassato la mandibola. Perini era scortato da un suo uomo armato di accetta. L’omicidio è avvenuto in pieno centro sotto gli occhi di decine di persone, compresi alcuni familiari della vittima, che hanno tentato di linciare l’accoltellatore. Vi sembrano le baruffe chiozzotte di goldoniana memoria, scene da pacifica Padania, da progredito Nord Est?
A Chioggia si combatte da anni la guerra delle vongole. In ballo vi sono diritti di pesca, zone di rispetto, limiti massimi di raccolta, sconfinamenti. Nel ’91 un chioggiotto, Silvano Voltolina, 25 anni, che s’era spinto in cerca di molluschi nel delta del Po, fu rimandato indietro in una cassa di legno. Fulminato da una scarica di pallettoni. I pescatori si ammazzano non solo in scontri a fuoco, ma anche in scontri fra barche nella laguna di Venezia, dove viaggiano di notte a luci spente e a velocità folli per sfuggire ai controlli. Il record degli incidenti fu nel ’98: tre morti. Quell’anno il procuratore generale della Repubblica, Mario Daniele, nella sua relazione sulla giustizia arrivò ad affermare che contro «l’arroganza dei vongolari dei barchini» lo Stato si dimostrava «indolente, distratto o anche impotente» come nei confronti dei contrabbandieri e dei mafiosi.
I polesani, che raccolgono le vongole a mano con le rasche, accusano i chioggiotti di saccheggio perché le pescano con rastrelli a motore da 200 cavalli e altri mezzi proibiti, come le turbosoffianti, che sollevano i fondali e ogni anno provocano danni ambientali per almeno 50 milioni di euro. Gli abusivi tirano su le vongole persino nei canali di Malamocco-Marghera e intorno alla discarica di Sacca Fisola, dove si accumulano clorurati, idrocarburi, metalli pesanti e fosforite radioattiva delle industrie petrolchimiche.
Dopo l’ultimo omicidio, il sindaco di Chioggia, Fortunato Guarnieri (Ds), ha lanciato un appello: «Invito alla calma tutti i pescatori. Niente vendette, niente colpi di testa. Anche la politica faccia un passo indietro». Di solito parla così il presidente di una nazione belligerante. Semmai la politica dovrebbe fare un passo avanti. Come può il primo cittadino starsene su quello scranno da otto anni senza avere il controllo della situazione?
Nel 2000 conobbi un imprenditore chioggiotto, Ornello Boscolo, che era già stato spedito due volte all’ospedale. Gli avevano segato i 525 pali che aveva piantato in acqua, affondato un peschereccio bucandogli la carena di legno con un trapano per cemento armato, bruciato un camion. Aveva perso un miliardo e mezzo di lire e spendeva 5 milioni a settimana in avvocati. E tutto perché aveva osato seminare vongole in uno specchio d’acqua di sua proprietà nella Sacca di Scardovari. Secondo l’Istituto del Cnr per lo studio degli ecosistemi costieri ogni metro quadrato di fondale produce in media otto chili di vongole l’anno. L’azienda agricolo-valliva di Boscolo si estendeva in mare per un milione di metri quadrati. «Va da sé che intendo ottenere 8 milioni di chili, vendere i molluschi a 4.000 lire il chilo e ricavarne 32 miliardi l’anno», mi spiegò. Vi pare credibile che da una superficie 64 volte più grande si traessero appena 10 milioni di chili di vongole, come dichiarato dalle cooperative della zona? Nel frattempo il prezzo delle veraci al mercato ittico di Chioggia è raddoppiato.
Dovremmo fare i gargarismi con la varechina, noi del Nord, prima di parlare dell’assenza di legalità al Sud.
NATALITÀ. La Repubblica informa: «Aborti a numero chiuso al Buzzi». Il primario di ginecologia dell’ospedale milanese «smentisce qualsiasi deriva antiabortista: “Nessun aumento dei casi di obiezione di coscienza”», solo una ristrutturazione del reparto. Spiegano le sue collaboratrici: «I lavori finiranno a Natale e torneremo pienamente operativi». Chi avvisa il Bambino?
SILFIDI ETEREE. Domenica 13 novembre, ore 21.20, dialogo fra due conduttrici su Rtl 102.5. «Mi trovi grassa?». «Ma no, sei una sifilide!». Le famose malattie sessualmente trasmesse.
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it