Chi è quell’uomo nero al fianco di Rampini?

Dice il saggio Confucio: «Belle parole e un aspetto insinuante sono raramente associati con l’autentica virtù». Resta da capire se le belle parole, in coppia con un aspetto da Giovanni Agnelli in stile Ming, si possano associare alla santità. Il dilemma è sorto come il dragone cinese durante la puntata di «Parla con me» dedicata all’inviato (e, si mormora, prossimo direttore) di Repubblica, Federico Rampini.
Epidermide dalla doratura principesca (sul genere «Taormina a primavera», ma più esclusivo), volto solcato di esperienze e incorniciato da una canuta aureola di sapienza tricologica, maglia orientaleggiante con collo alla coreana chiuso da un esotico alamaro. Ecco Federico Rampini - il primo a parlare di Cina in Italia - flessuosamente adagiato sul divanetto della Dandini per presentare il suo ultimo libro «Slow economy: rinascere con saggezza». E per dispensare perle di modestia con lo sguardo severo da Tiziano Terzani meglio rasato.
L’egocentrismo, si sa, è subdolo. Si cela dietro le indubbie qualità di un uomo e spunta come un foruncolo prima di un appuntamento importante, mandandoti a ramengo l’immagine. Si sta parlando di equilibri mondiali, quand’ecco che il giornalista-scrittore racconta: «Sì, be’, ero di fianco a Obama, quando...». Lo studio ammutolisce. Wow, spiegaci com’è Barack, tu che lo conosci così bene: «Veramente affascinante, alto, elegante». Ma pensa, dalla tv sembrava assomigliasse a Lino Banfi, meno male che colui-che-gli-era-al-fianco ci ha spiegato che non è così. In effetti, l’inviato era accanto al presidente degli Stati Uniti in una conferenza in un’università, mica in grande confidenza sul divano della Casa Bianca: un po’ come se un milanista dicesse «sai, dopocena ero accanto a Ronaldinho» perché ha comprato un biglietto di distinti a San Siro. Comunque, pare addirittura che gli studenti cinesi presenti all’incontro si chiedessero incuriositi: «Ma chi sarà quello spilungone nero vicino al molto onorevole Rampini?». Ci sono protagonisti e comparse, in fondo.
E insomma, Rampini emana luce propria come un fuoco fatuo. E di luce irradia l’«Estremo Occidente», come il titolo del suo blog testimonia. Moniti, lezioni, racconti: «Ho il privilegio di fare l’esploratore», spiega. Privilegio che i colleghi a Repubblica pare non vedano con grande simpatia. Forse perché da sempre le gerarchie e le posizioni interne si sono piegate ai suoi celesti piedi come creta. Corrispondente da San Francisco, poi da Pechino, ora da New York. Un battitore semi-onnipotente, una voce ascoltatissima. Dai suoi molti lettori e dal suo principale. No, non il direttore Ezio Mauro, ma Carlo De Benedetti. Già, perché l’editore-Ingegnere ha per Rampini una predilezione. Se lo coccola, lo accontenta, pare lo inviti pure sul suo rompighiaccio a passare qualche giorno lontano dal logorio della vita moderna.
Sarà perché è praticamente il suo agiografo ufficiale, avendo scritto il libro intervista «Per adesso» e co-realizzato «Centomila punture di spillo». Fatto sta che Rampini è da molti indicato come il futuro timoniere del quotidiano di Largo Fochetti. Il che, ovviamente, è affare del Gruppo Espresso. Quello che è affare di chi Rampini lo legge e lo ascolta in tv, è invece la rispondenza tra ciò che dice e la realtà.
Se l’«onolevole» Rampini dice «dobbiamo avere la stessa umiltà dei cinesi, che hanno importato le nostre competenze inquadrandole nella loro tradizione culturale», chi glielo dice che la loro tradizione vince perché prevede una giornata lavorativa di una quindicina di ore, diritti sindacali mesozoici e salari da carestia medievale? Se richiama tutti al «ritorno alla genuinità», chi gli ricorda le alterazioni alimentari che hanno scosso il regime cinese di cui tanto canta le lodi? Se parla di rilanciare «i consumi frugali» citando la sua «assistente, che fa fotocopie sui due lati per risparmiare il toner», come la mettiamo con il fatto che anche in Italia sono in molti a farlo, mentre non sono in molti i magnati occidentali che si permettono di fare della via più lussuosa di Pechino il loro quartier generale cinese? E soprattutto: come si raggiunge la «Felicità Interna Lorda» di cui parla Rampini? Con la «lenta economia» che propugna o con l’essere il cocco dell’editore?