Ma a chi reca danno lo sciopero delle firme?

Trovo che lo «sciopero delle firme» attuato dai miei colleghi per sollecitare il rinnovo del contratto di lavoro, scaduto da 649 giorni, sia la pensata più balorda fra tutte quelle che m’è capitato di vedere da quando, 33 anni fa, cominciai a scrivere sui giornali. Ma a che serve? Ma a chi reca danno? Agli editori? Non credo proprio. Anzi, la mia personale opinione è che i nostri datori di lavoro nutrano da sempre due ambizioni recondite: o fare i giornalisti in prima persona, chiamatela invidia, o fare i giornali senza i giornalisti, chiamatela economia. Se cominciamo a togliere il disturbo della firma, gli facciamo un grande favore. Ai lettori? Bè, allora è una pirlata anche peggiore. Scusate tanto, ma perché volete considerarli fessi? Proprio loro, che sono i nostri unici padroni, come diceva Indro Montanelli.
Mettetevi nei panni di chi acquista il Corriere della Sera. Apre il suo quotidiano preferito e nella pagina delle lettere, al posto della faccia di Sergio Romano, trova un logo grigio, con una «C» e una «S» intrecciate, che sembra ricavato dalla fusione dei monogrammi di Camera e Senato. Che cosa dovrebbe concluderne? Che l’ambasciatore ha lasciato il compito di rispondere alla sua domestica? Nella pagina accanto vede la rubrica Italians di Beppe Severgnini (che dev’essere lo stesso Severgnini della rubrica Italians sul sito Internet del Corriere), anche questa orba del fotino dell’autore, sostituito dal marchio «CS», e che cosa dovrebbe dedurne? Che a chiamare «italians» i suoi compatrioti possa essere, per un giorno, Enzo Biagi? Considerate poi i dilemmi del lettore di Repubblica, poveraccio. La rubrica Amaca di Michele Serra, priva di firma, sarà stata compilata a Manaus da un fazendeiro incline al riposo? E Bonsai di Sebastiano Messina da un editorialista crumiro dell’Asahi Shimbun?
Lasciate che vi racconti un aneddoto, colleghi. Una ventina d’anni fa nel quotidiano di provincia in cui lavoravo insorse un’aspra vertenza sindacale su questioni grandi (una redazione – intesa come edificio – così stretta che si faticava a passare fra una scrivania e l’altra) e piccole (un amplificatore che l’amministrazione non voleva applicare al telefono del più bravo dei cronisti di nera, purtroppo un po’ sordo). Dopo aver scioperato per alcuni giorni senza cavare un ragno dal buco, uno dei tre componenti del Comitato di redazione – indovinate chi era – ebbe un’idea che allora sembrò a tutti geniale: uscire privi di occhielli e sommari. Titoli secchi di una o due righe al massimo, e via andare. Il direttore, che era dalla nostra parte, non si oppose. L’aspetto del giornale fu stravolto. L’indomani l’amministratore delegato, un manager serioso ai limiti della tetraggine, che infatti poi finì al Poligrafico dello Stato, commentò entusiasta: «Che bello! Non potrebbero farlo così tutti i giorni, senza tutti quegli orpelli inutili?». E non lo diceva affatto con ironia: provenendo dal Sole 24 Ore, il suo riferimento era il Wall Street Journal, che di occhielli e sommari non sa che farsene. Fossero saltate anche le firme, avremmo corrisposto pienamente al modello di informazione priva di fronzoli che lui aveva in testa.
Il vertice dell’assurdità s’è raggiunto con lo «sciopero delle firme» proclamato dall’Usigrai. Immagino l’angoscia del telespettatore del Tg2, che lunedì scorso ha visto apparire una conduttrice dai begli occhioni verdi. Chi sarà stata? «Non mi sovviene», come diceva il mio concittadino Giulio Canella (o era Mario Bruneri?), di ritorno dal manicomio di Collegno, mentre lo portavano a spasso mostrandogli i monumenti per farlo rinsavire. Forse era Maria Concetta Mattei, che anni fa, pur di passare inosservata, si affidò alle cure di Klaus Davi e si fece cucire addosso la storiella che il sultano del Brunei spasimava per lei?
Ragazzi, è il mercato a fare le firme, non la Federazione nazionale della stampa, e un’innovativa forma di lotta a favore dei lettori sarebbe quella, semmai, d’inserire nel contratto il divieto di firma per coloro che non se la possono permettere. In ogni caso, valga per tutti la lezione del decano della categoria, il succitato Biagi, che un giorno mi disse: «Il giornalista si specchia nella firma come Narciso si specchiava nell’acqua». Attenti a non rompere lo specchio. Porta male.
CONFERME. Lina Sotis su Magazine del Corriere ha dedicato l’intera sua rubrica alle e-mail spazzatura. Era inviperita: «“Conferma di lettura”, ecco uno dei nuovi obblighi della nostra vita. Ma perché, perché dobbiamo confermare a qualcuno che ci invia della posta che leggeremo la sua missiva?». Infatti non dobbiamo: basta cliccare sul bottone «No» e cestinare. Non basta: mettendo un segno di spunta nella casella «Non visualizzare più la richiesta di invio di conferme», la signora si affrancherà per sempre da questa schiavitù. Insomma, esattamente come leggere la rubrica di Lina Sotis sul Magazine: lo fai solo se vuoi. È triste dover dare qui conferma d’averlo fatto.
FA/1. Dalla prima pagina del Corriere: «Un satellite, lo Swift della Nasa, ha fotografato l’esplosione di una stella. Le immagini della catastrofe, accaduta 440 milioni di anni luce fa, sono arrivate a noi solo adesso». «Luce fa»? «Anni fa» è corretto, trattandosi di tempo, e gli anni sono misura di tempo. «Anni luce fa» non ha senso, perché «fa» è avverbio temporale, e gli anni luce sono misura di distanza.
FA/2. Incipit di un servizio del Giornale: «Già 500 secoli fa Leonardo da Vinci si preoccupava delle “piene dell’Arno torbido”». È per quello che l’artista scienziato nei ritratti compare con una barba molto lunga? Ma, soprattutto, 50.000 anni fa ci sarà stato l’Arno?
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it