Chi salvò il porto di Genova?

Egregio dottor Lussana, le fornisco alcuni dati che le permetteranno, se vorrà, stabilire una verità che gli agiografi, forse per scarsa informazione dovuta al fatto che i testimoni oculari vanno oramai rarefacendosi per motivi anagrafici, hanno involontariamente distorto (parlo del Giornale... per quanto riguarda il Secolo XIX, eliminerei l’avverbio).
Mi riferisco alle solenni esequie della M.O. Marcolini.
Nell’elenco delle M.O. al valor militare concesse agli incursori della Decima Flottiglia Mas, che compare nel Libro scritto dal Comandante Valerio Borghese, il nominativo non compare. Ritengo pertanto che sarebbe utile ed istruttivo, nonché esempio per le nuove generazioni, rintracciare e pubblicare la motivazione della medaglia della quale è stato decorato lo scomparso.
Derogando dall’aurea massima del parce sepulto, poiché sono convinto che lo stesso Eroe Marcolini avrebbe respinto sdegnosamente l’attribuzione di meriti non suoi, mi sento di affermare che il Porto di Genova non venne salvato da un’eroica impresa del Marcolini e di un suo compagno, ma dall’azione congiunta di Mons. Boetto, Arcivescovo di Genova, da Mons. Siri, suo segretario, dal Comandante tedesco della Piazza, da Ufficiali della Regia Marina giunti clandestinamente in città, del Comandante Arillo, Medaglia d’Oro al Valor Militare (periodo ’40/’43) dal quale dipendeva il reparto della Decima Mas che difendeva il porto e dagli incursori della stessa X Mas che disinnescarono molte delle cariche piazzate dai Tedeschi: non tutte, perché alcune navi vennero affondate all’imboccatura, tanto è vero che le navi alleate furono costrette ad attendere all’ancoraggio, in rada, che gli ostacoli venissero rimossi.
Della collaborazione di Arillo vi è traccia in documenti ufficiali e, forse, del Cln. A questo proposito le suggerirei di contattare lo scrittore Della Francesca, spero di non sbagliare il cognome, che credo in possesso di inoppugnabile documentazione ufficiale.
Per inciso, la Marina tedesca non possedeva portaerei, se ben ricordo... tanto meno stazionanti nel porto di Genova.
La m/n Aquila era una nave mercantile (ex Roma?) che avrebbe dovuto essere trasformata in portaerei munendola di un ponte di volo e di tutte apparecchiature necessarie. Mi pare che il progetto datasse da prima del 1943... Pertanto si trattava di una unità disarmata (se non per qualche mitragliera antiaerea) protetta da una rete antisiluri e malamente mascherata con reti mimetiche. Era ormeggiata alla banchina, credo Calata Chiappella. I lavori andavano a rilento e nei primi mesi del ’45 era ancora ben lontana dal diventare operativa. Ottimo bersaglio per gli aerei alleati.
Sinceramente, ignoro cosa abbia affondato Marcolini: a me, nell’immediato dopoguerra venne detto che l’Aquila fu colpita da bombe di aereo ed in seguito autoaffondata... ma di questo non sono certo. Penso proprio che un Suo esaustivo articolo, esperite le opportune ricerche, potrebbe dimostrare come sia facile manipolare la verità... senza offesa, ovviamente, per la memoria della M.O. Marcolini.
In quanto alle affermazioni del Consigliere Murolo di An, ho la conferma di quello che penso da tempo: ripudiato il veccho Msi, An è diventato un partito senza anima e senza passato... per ingraziarsi gli antifascisti viscerali, diventano più realisti del Re e ricorrono a paragoni che non reggono.
Ma Ferraro, laddove si trova, con i vecchi compagni d’armi, se ne fotte.
Cordiali saluti.