Chi soffia sul fuoco della rivolta nera

D a certe cronache entusiaste di una giornata brutta a Milano, della protesta insensata per la morte ingiusta di un ragazzo, ladruncolo lui e i suoi fratelli, non simbolo o eroe, ma pur sempre un ragazzo che non meritava di morire, sembra che Moni Ovadia, noto rivoluzionario dei salotti milanesi e menestrello miliardario di una tradizione ebraica che sfrutta e calpesta ogni giorno, abbia detto che bisogna dire «grazie a questi ragazzi piovuti come una benedizione». La brava attrice Ottavia Piccolo, sapete come succede da noi, invece di fare il proprio mestiere per bene, la si butta in politica, ha pure pensosamente affermato che «anche se il razzismo in questo caso non c’entrasse niente, ci sono in giro dei segnali per cui il razzismo è dietro tutto quello che succede», insomma è come la Titina.
Siccome i ragazzi, cinquantamila secondo Liberazione (bum), migliaia secondo il più navigato Manifesto, seicento secondo tutti quelli che sanno contare una folla, hanno sfondato transenne, travolto moto e cassonetti, attaccato con sassi e bottiglie poliziotti che di antisommossa avevano solo la divisa, non gli ordini severi, gridato slogan come «Bianchi bastardi, vigliacchi e ignoranti», forse stavolta Ovadia dice una cosa seria, cioè che a mandare avanti questi ragazzi aizzandoli contro lo Stato si recupera, chissà, uno spazio politico che le elezioni hanno tolto definitivamente alla sinistra antagonista. Liberazione, il manifesto, l'Unità, ma come dimenticare la Repubblica, si uniscono alla gioia per la nascita. Basta sapere che è uno spazio eversivo, che a sfruttare ignobilmente la condizione di qualche centinaio di arrabbiati, a giocarsi la carta che qui comandano razzismo e terrore perché governa Silvio Berlusconi, si va definitivamente fuori dal dialogo e dai mezzi che appartengono alla democrazia. Dovrebbero ricordare l’attentato alla metropolitana di Londra nel luglio del 2005, opera di una seconda generazione cresciuta nell’uguaglianza, prima di fare i cattivi maestri.
Scrive sempre Liberazione che i ragazzi, rompendo le file e infischiandosene anche dei capi della comunità migrante, che li invitavano a manifestare civilmente, ma seguendo fedelmente metodi e ordini dei centri sociali, guarda che combinazione, si sono ripresi il loro spazio e il loro tempo, come accadde a Parigi con la rivolta delle banlieues tre anni fa. Ma quella rivolta è finita nel niente, tranne che per i poveri agenti di polizia ciclicamente scambiati per strumenti ottusi del potere invece che per lavoratori onesti, tranne per biblioteche e scuole tristemente distrutte, e per la montagna di soldi inutilmente stanziati in nuovi interventi di assistenzialismo, che la crisi economica dei nostri giorni rende impossibili. Dimenticavo, le elezioni le ha vinte Sarkozy, non la signora incendiaria, Ségolène Royal.
A Castelvolturno, per citare l’altro corno dell’allarme sicurezza, ci sono 21mila abitanti e 2mila stranieri regolari, ma in realtà i clandestini sono almeno 20mila, uno contro uno, per capirci. È luogo di mattanza, anche insensata, da decenni, tant’è vero che con facile conformismo i giornali e le tv lo chiamano Gomorra, come descritto nel bestseller di Roberto Saviano. Questa volta sono stati colpiti sei stranieri per la prima volta, le ragioni si possono trovare in un degrado antico, rognoso, invincibile apparentemente, altro che nel razzismo. Si può provare a rispondere, ma ci vuole anche l’esercito, e mano dura anche contro gli stranieri violenti, tossici e spacciatori.
Se il tentativo della sinistra è pericoloso e puerile, al governo spettano iniziative e decisioni ferme e severe. Non c’è ragione di preoccuparsi di accuse ingiuste e scorrette, di metodi politici infami. Il buonismo sarebbe deleterio, basta vedere come tocca vivere al ministro della Pubblica istruzione. Nessun timore nell’affermare che Abdoul Salam Guibre, è stato ucciso alla fine di una rissa, e dopo un furto. Altri commercianti esasperati hanno colpito in passato senza guardare al colore della pelle. I suoi assassini saranno sottoposti al giudizio della nostra legge, ma lui non è un eroe né una vittima. È l’unico modo per contrastare gli sciacalli e perfino per placare gli animi più esasperati tra gli italiani.