«Chi sono e cosa faccio? Non ho una risposta»

Per questo quadro

perdo la testa
A Georges Duthuit, Parigi
Dublino, 27 luglio 1948
Capisco bene quello che dite sullo spazio dei pittori Italiani. Ricordo un San Sebastiano (nella foto, ndr)di Antonello da Messina, formidabile, straordinario. Spazio puro a forza di matematica, pavimento piastrellato, nero e bianco, scorci profondi genere Mantegna, da strapparvi dei gemiti, e la vittima del linciaggio esposta all’ammirazione dei cortigiani che prendono il fresco domenicale al balcone, tutto ciò invaso, mangiato dall’umano. Di fronte a un’opera simile, a una simile vittoria sulla realtà del disordine, sulla meschinità del cuore e dello spirito, non si può non pensare di impiccarsi.

Gli occhi strazianti
di mia madre
A Georges Duthuit, Parigi
Dublino, 2 agosto 1948
Mio povero Georges, questa sera siete cascato male. Il tempo è bello, faccio le mie vecchie passeggiate, non smetto di osservare gli occhi di mia madre, mai così azzurri, così stupefatti, così strazianti nell’infanzia senza fine della vecchiaia. Credo siano i primi occhi che vedo, non desidero vederne altri, qui ho tutto quello di cui ho bisogno per amare e piangere…

Vogliono rovinare
il mio «Godot»
A Georges Duthuit
Ussy-sur-Marne 3 gennaio 1951
Sono totalmente contrario alle idee di Nicolas Staël per la scenografia (di Aspettando Godot). Vede la pièce con gli occhi del pittore. Per me questo è estetismo. La scenografia per il balletto e per il teatro è diventata una dipendenza della pittura, con molto danno. È del Wagnerismo. Io non credo alla collaborazione fra le arti, voglio un teatro ridotto ai propri mezzi, parole e recitazione, senza pittura e senza musica, senza ornamenti. La scenografia deve scaturire dal testo, senza aggiunte. Quanto alla facilitazione visiva per lo spettatore, puoi indovinare dove la metto.
Joyce mi insegnò
cos’è un artista
A Hans Naumann, Mainz
Parigi, 17 febbraio 1957
Egregio signore,
Non chiedo che di aiutarla, anche se trovo difficile, per non dire impossibile, parlare di me e del mio lavoro. Ho conosciuto Joyce (nella foto, ndr) nel 1928 a Parigi, uscivamo insieme, l’ho visto per l’ultima volta a Vichy nel 1940. Lo considero uno dei più grandi geni letterari di tutti i tempi. (…) Ha avuto su di me una forte influenza morale.
Mi ha fatto intravedere, peraltro senza volerlo, che cosa significhi assere artisti. Penso a lui con un'ammirazione e un affetto senza limiti. Perché dal 1945 scrivo solo in Francese? (…) Non è stata una scelta razionale, lascerei nell’ombra le ragioni. Forse il bisogno di sentirmi male armato.
Su Proust ho scritto uno dei miei primi saggi brevi, non l’ho più riletto, mi turba e mi irrita. (…) Di Kafka (nella foto, ndr) ho letto soltanto tre quarti del Castello e in Tedesco, quindi perdendo molto. Mi sono sentito a casa, troppo, forse questo mi ha impedito di continuare. Dell’Irlanda infine mi è impossibile parlare con moderazione. Detesto quel romanticismo. (…)
Resto a vostra disposizione. Ma quanto a dire chi sono, da dove vengo, e che cosa faccio, questo temo vada oltre le mie competenze.