Chi sono i rivoltosi?

«Troppo giovane per bere». E, di certo, anche per saccheggiare un supermercato. Una foto ieri sul Mail online provava a rispondere alla domanda che gli analisti inglesi si fanno da giorni: «Chi sono i rioters? (rivoltosi, ndr)». Ritrae un bambino, avrà circa 10 anni, che scappa da un negozio del centro di Manchester appena preso d’assalto con in mano una bottiglia di vino. In un’altra immagine un suo coetaneo arraffa tre bottiglie di vodka. I giornali li chiamano «looters», saccheggiatori, e si chiedono che estrazione sociale abbiano nel tentativo di etichettare le rivolte. Ci prova anche il Guardian, quotidiano progressista che per primo avanza dubbi sulla tentazione di liquidare tutto con la categoria: «Underclass, cioè per lo più giovani uomini provenienti da aree povere». Le strade di Londra e Birmingham sono piene di gruppi di ragazzini arrabbiati che fanno scorta di pietre, i sobborghi di Hackney di ragazze con il volto coperto che spostano detriti dietro le barricate, ci sono asiatici e neri ma anche caucasici, non mancano i cinquantenni. Quanto alla presunta ideologia che li spinge, quale coscienza politica o «di classe» ha un 14enne che porta via una bicicletta da un grande magazzino? E l’uomo più vecchio e più corpulento che gliela strappa a sua volta? Ma soprattutto, chi è per loro il «nemico» se prendono di mira il panettiere all’angolo messo in piedi dall’immigrato con i risparmi di una vita? Molti dei «rioters» hanno il Blackberry, portano tuta Adidas e Nike, felpe col cappuccio. Non si curano di coprirsi il viso. Stanno al centro dell’Inghilterra violenta con l’incoscienza dei teenager. David Cameron parla del «grosso problema delle gang. Quando ragazzini di 12-13 anni saccheggiano e ridono, è chiaro che ci sono cose terribilmente marce nella nostra società». Il Guardian fotografa alcuni episodi. A Chalk Farm, Nord di Londra, le persone che hanno saccheggiato il negozio di Evans Cycles erano di diverse estrazioni sociali. La scena: tre 40enni asiatici discutono. «Possiamo prendere una bici», dice uno. «Non possiamo farlo», risponde un altro. Intanto un uomo e una donna dai tratti british escono con una due ruote ciascuno.
È difficile distinguere i passanti da chi distrugge. Un capannello di ventenni usa le assi di un ponteggio per colpire i motociclisti. Un uomo in abito scuro li riprende con il telefonino. Un adolescente, salutato da uno dei teppisti, lo apostrofa ridendo: «Non starmi vicino, mi farai arrestare». I ragazzi elencano i quartieri «caldi»: «Forza, ripuliamo Hampstead», «Sta succedendo a Kilburn adesso. E a Holloway», «L’intera nazione va a fuoco, man». «Siccome a bruciare sono le aree multietniche - deduce il Guardian -, cade il mito dei “giovani neri e violenti”». Molti di quelli che a Tottenham hanno protestato per la morte di Mark Duggan erano di colore, ma molti altri erano asiatici e bianchi. Man mano che i disordini raggiungevano il centro, i rivoltosi diventavano più giovani e più spesso bianchi. E sono aumentate le donne: «Perché non “facciamo” il parrucchiere? Visto che prodotti ha nel retro?», propone una che ha già portato via un abito da sposa da una sartoria. «Quella donna ha messo su il negozio dal nulla - le grida un’altra -, è come rubare a tua madre». Cosa li accomuna? «Si sentono intrappolati dal sistema. Sono disconnessi dalla comunità e non gliene importa», spiega Jay, operaio di East Ham. «Niente ideologia no global né anarchica - conclude il quotidiano -, solo rabbia e noia indigene».