«Chi sono? Non certo un’icona pop»

Si sono scritte tante cose sul suo conto: qualcuno parla di lei come di un’icona pop. E d’altro canto lei ama molto poco la visibilità, l’esibizione in pubblico. Si sente a disagio in questa definizione?
«Non voglio essere un’icona pop. Cerco di tenermene fuori. Credo che l’attenzione dovrebbe essere concentrata sul mio lavoro. Le icone pop hanno quasi sempre un breve arco di tempo in cui sono rilevanti. Mi piace pensare che quello che sto creando sia senza tempo. Persone che hanno letto Sarah mi hanno detto che potrebbe essere stato scritto in qualsiasi epoca. Non mi piace inserire riferimenti alla cultura pop nei miei romanzi. Mi piace l’idea che possano esistere senza essere collegati a uno specifico prodotto, a uno specifico slang di moda al momento; eccetto che per i ragazzi di strada dei miei romanzi, che usano qualche espressione slang che diventerà inevitabilmente vecchia. Sono più interessato a ciò che gli dà fondamento, le ragioni profonde, le eterne domande su chi siamo, qual è il nostro rapporto con noi stessi, con la nostra famiglia, la nostra ricerca di un’identità, individuare i miti che raccontiamo. Secondo me, inserire un riferimento a un prodotto svilirebbe il mio lavoro. Diventare uno di quei prodotti, significherebbe denigrare il tutto. Mi interessa migliorare come artista e come scrittore. Non m’interessa essere un elemento di curiosità eppure so di esserlo, è parte di ciò che sono. So che è necessario farsi pubblicità e mi divertono anche alcuni aspetti di questo teatro, del mostrarsi. Mi piace la moda! Non lo avrei mai creduto possibile, ma sono preso dai vestiti ora. O piuttosto dai personaggi che posso diventare, dentro quei vestiti. \ Ma ora non voglio rimanere incastrato in qualcuno dei personaggi di cui scrivo. Anche se in parte mi rappresentano, io sono in costante evoluzione. “Chi sono” emerge sempre più. Quindi se scrivo ora qualcosa su un aspetto del mio carattere, quando sarà pubblicato io sarò ormai cambiato. Ci sono persone che vorrebbero tenermi legato a quello che ero, ma io non voglio essere legato ad alcuna particolare identità. È come un attore che viene sempre identificato con lo stesso tipo di personaggio. Io voglio che la mia arte rimanga autonoma. Ma in quanto genitore di quella arte è mia responsabilità dotarla di una vita propria; e se posso farlo senza compromettere me stesso, la mia morale e i miei parametri di giudizio, lo farò. E i miei criteri morali e i miei parametri di giudizio sono maturati, di pari passo con i progressi fatti nel lavoro con il mio terapista».