A chi spetta il tesoretto

Luca di Montezemolo l’ha detto apertamente, in prima persona, sabato scorso a Genova. Mario Draghi fa parlare il suo servizio studi nel Bollettino economico. Ma, nella sostanza, il presidente degli industriali e il governatore di Bankitalia sono sulla stessa linea: se vogliamo che la ripresa economica si trasformi da episodica a strutturale, il governo non deve gettare in mille rivoli il «tesoretto fiscale» di cui dispone, nel tentativo di recuperare in parte il consenso perduto nel Paese. È naturale che Draghi e Montezemolo abbiano priorità diverse. Il banchiere centrale punta sul risanamento dei conti pubblici; l’imprenditore sul «futuro», cioè nelle infrastrutture. Entrambi, il banchiere e l’imprenditore, però sottolineano con forza l’anomalia che ha caratterizzato i primi dieci mesi di governo del centrosinistra: l’aumento record della pressione fiscale. I dati del Bollettino economico di via Nazionale non si possono mettere in discussione, e dicono che il miglioramento dei conti pubblici deriva non da misteriose alchimìe unioniste ma semplicemente dal «forte aumento delle entrate». La pressione fiscale è cresciuta lo scorso anno di 1,7 punti percentuali raggiungendo il 42,3 per cento del Prodotto interno lordo. Questo significa che per ogni cento euro di ricchezza prodotta nel Paese, 42 euro e 30 centesimi finiscono nelle capacissime tasche dello Stato. Quest’anno, sempre secondo le stime della Banca d’Italia, il prelievo aumenterà ancora, al 42,8 per cento del Pil. A questo punto la pressione fiscale «supera la media dell’area dell’euro e si colloca in prossimità dei valori massimi storici». Nessun miglioramento, invece, sul fronte della spesa pubblica. La spesa corrente - non quella «buona» per gli investimenti ma quella «cattiva» per stipendi, prebende e sprechi - resta ancorata al 40 per cento del Pil, superando i massimi dei primi anni Novanta.
In questo quadro si inserisce la variabile crescita. Trainata dall’Europa e dal resto del mondo, nel 2006 anche l’Italia ha visto il ritorno a un tasso di sviluppo economico che mancava da molti anni. A Genova, Montezemolo ha giustamente rivendicato alle imprese il merito della crescita raggiunta lo scorso anno. Un paio di giorni più tardi, Draghi riconosce che all’accelerazione dell’attività produttiva ha contribuito «un primo progresso strutturale nella capacità delle imprese industriali italiane di affrontare con successo la competizione sui mercati esteri e domestici». È una frase che rappresenta un diploma di merito per le imprese, che negli scorsi anni avevano dovuto incassare le critiche severe della nostra banca centrale. Ma Bankitalia ricorda anche che, a differenza dal passato, l’accresciuta flessibilità del mercato del lavoro oggi consente alle imprese di «sincronizzare» la domanda di prodotti con la domanda di manodopera. La legge Biagi ha aiutato l’economia, non solo il lavoro.
L’inerzia del governo Prodi, che discute su tutto ma non decide, rischia di compromettere i miglioramenti dell’economia italiana. La diatriba sul bonus fiscale - il «tesoretto», come ormai tutti lo chiamano - sembra prolungarsi all’infinito, tanto che il segretario della Uil Luigi Angeletti, con la sua caratteristica concretezza, ha detto che «chissà, forse il tesoretto nel frattempo sparirà nel nulla». Spaventato dal drammatico calo di consenso registrato in questi mesi, il centrosinistra tenterà di riguadagnare quelle che Montezemolo ha definito le «mille sacche di consenso» facendo cattivo uso dell’extra gettito fiscale. Dimenticando così che il «tesoretto» non è stato trovato per caso, sepolto nella sabbia di un’isola deserta. Sono stati i contribuenti ad averlo consegnato nelle mani dello Stato, e adesso hanno il diritto-dovere di pretenderne un buon uso.
Gian Battista Bozzo