PER CHI SUONA L'ULTIMA CAMPANA

Il presidente del Consiglio ieri è giunto a smentire la sua Finanziaria, dicendo che non piace neppure a lui, per le troppe concessioni al sindacato. Figuratevi dunque cosa dovrebbero dire tutti quelli come voi e noi che per i suoi regali a Cgil, Cisl e Uil si vedono stangati. Ma non è questo il punto. La questione è che le parole del premier, oltre che comiche (pensate che sulla manovra il governo in questi mesi ha cambiato idea 348 volte, autocorreggendosi ogni cinque ore), appaiono disperate.
Anzi, per dirla tutta, Prodi sembra un pugile suonato, che ogni giorno finisce al tappeto senza neppure accorgersi da dove gli sia arrivato l’uppercut. Di fronte alle proteste per la Finanziaria, disse che l’Italia era impazzita. Quindi sbertucciò il Parlamento, dando dei matti a coloro che lo volevano ascoltare sui traffici telefonici del proprio consigliere speciale. Infine, esplosa la contestazione di piazza, anziché comprendere che gli insulti erano dettati dal malumore dei cittadini, ha fatto spallucce, raccontandosi una favoletta consolatoria: quella al Motorshow di Bologna era una claque organizzata. Tesi che ha ripetuto ieri di fronte alla nuova salva di fischi. Mentre ogni giorno gli arrivano ganci che lo stringono all’angolo, il premier mostra di non accorgersi di quel che accade intorno a lui e dà la sensazione di un boxeur fiaccato, con la vista annebbiata, cui sia rimasto solo un manager scadente che lo rincuori.
L’immagine pugilistica non è una nota di colore, bensì rispecchia le informazioni che filtrano dall’interno del governo. A Palazzo Chigi più d’uno osserva che il presidente del Consiglio non è la stessa persona che s’insediò in quelle stanze dieci anni fa. I collaboratori lo vedono sempre più stanco, più provato, più rancoroso. Ma soprattutto lo giudicano meno lucido: un appannamento che lo indurrebbe a commettere gaffe grossolane ed errori marchiani, in cui nel passato difficilmente sarebbe incorso. Il quadro di un boxeur giunto all’ultimo round si accompagna all’isolamento che lo circonda. Ormai appare chiaro che, essendo il consenso in caduta libera (la Ipr ieri spiegava che il premier ha perso 25 punti in cinque mesi: un record nella storia della Repubblica), gli alleati si danno da fare per non essere travolti con lui nella catastrofe. E a soli 180 giorni dalla nascita dell’esecutivo parlano di fase due e di inversione di rotta, preludio al rimpasto o al ribaltone. L’effetto di questa fuga dalla sconfitta è il vuoto: nessuno a Palazzo Chigi è più in grado, se mai lo fosse stato, di garantire alcunché. Senza veri consiglieri, in mano a ministri esuberanti che rispondono solo a se stessi o alla propria corrente, Prodi si ritrova drammaticamente solo e trovare un interlocutore che apra i numerosi dossier che si accumulano sul tavolo di governo è per lui impresa assai ardua. Berlusconi aveva Gianni Letta al suo fianco, ma il Letta di Prodi, ossia Enrico, margheritino e nipotino, è stato letteralmente inghiottito dal Palazzo, scomparso nelle stanze chigiane, avviluppato dalle segrete guerre prodiane.
Mentre s’allarga il fossato che divide il castello del potere dal resto del Paese, e il nostro pugile all’ultimo match si difende a colpi di finte, nelle sedi istituzionali, nei luoghi in cui si decidono le vere scelte politiche, ossia quelle economiche, ci si comincia a chiedere quando finirà ko. C’è chi si dice convinto che «il campione» stia per afflosciarsi su se stesso e chi invece, più preoccupato, teme che l’agonia si prolunghi.
Ma il problema non è quando andrà al tappeto Prodi. La questione è chi lo sostituirà. A sinistra non s’intravede chi possa incrociare i guantoni al posto suo. D’Alema? Per carità, Rutelli e Bertinotti gli farebbero lo sgambetto. Fassino? È già molto se riesce a salvare la poltrona di segretario dei Ds. Rutelli? Candidatura non pervenuta per assenza di requisiti minimi. Veltroni? Farebbe la fine di Cesare: pugnalato da Bruto. Amato non è amato. Dini non si riuscirebbe a trasformarlo in principe nemmeno col bacio di dieci principesse. E allora? Allora il Paese è incartato.
Il pugile è suonato, ma non hanno ancora suonato la campana.