A chi la Treccani? Allo Stato "Il mercato è insufficiente"

Lo storico della filosofia: &quot;La politica non è interessata al Dizionario biografico, non muove neanche un voto&quot;<br />

Il dibattito sulla fondazione Treccani e sul Dizionario biografico degli italiani ha invaso le pagine di tutti i quotidiani e, per certi versi, si sta ormai avvitando su se stesso. A prescindere dagli equilibri interni della Treccani - Il Giornale per primo ha rivelato come l’organico del prestigioso ente assomigli preoccupantemente a quello del think tank di D’Alema: Italianieuropei - la questione ha portato alla creazione di due schieramenti intellettuali fieramente contrapposti.
C’è chi, come Giuliano Amato, vorrebbe abbassare i costi gestionali del Dizionario affidando la realizzazione delle voci non più alla redazione, e a un ristretto numero di studiosi selezionati, ma a dei “volontari” che comporrebbero i lemmi, sottoposti, poi, soltanto a un eventuale controllo.
C’è, invece, chi ritiene che un’opera culturale assolutamente fondamentale, che consente di tramandare la memoria degli italiani illustri, vada portata avanti con l’aiuto dello Stato: senza preoccuparsi troppo del passivo che produce. Passivo che, per altro, è appena di 630mila euro all’anno. Una cifra non certo impressionante per una Nazione che, tutto sommato, è una delle grandi potenze economiche del pianeta, e che ha, nella sua tradizione culturale, una grande risorsa potenziale.
Di quest’ultimo avviso è anche il professor Tullio Gregory, uno dei più importanti storici della filosofia del nostro Paese e attivo all’interno della Fondazione Treccani dal 1951. Ecco come ha sintetizzato la sua opinione al Giornale.

Professor Gregory la Treccani, una delle opere culturali più prestigiose, si trova nel mezzo di una vera e propria bufera...
«Non voglio entrare nella questione delle somiglianze, vere o presunte, tra l’organico della Treccani e quello di Italianieuropei. Per quanto riguarda, invece, il Dizionario biografico: fortunatamente tutti riconoscono l’importanza dell’opera e il valore di portare a termine un’impresa del genere. Infatti, nonostante i ritardi e i difetti, è indubbiamente uno strumento fondamentale e questo mi pare sia ben chiaro a tutti i partecipanti al dibattito... ».

Su come portare avanti il «Dizionario», però, le idee non sono così chiare...

«Io personalmente non ho dubbi: servono più collaboratori esterni e anche più redattori. Per concludere degnamente l’opera bisogna aver il coraggio di investire... ».

Quindi lei non è convinto che sia il caso di ricorrere a collaboratori volontari snellendo l’organico come proposto da Amato?

«Una scelta di questo tipo mi renderebbe molto perplesso. Bisogna innanzi tutto mantenere alto il livello culturale e scientifico dell’opera. Fatto su cui concorda anche Amato. Questo, però, comporta essere molto attenti nel pesare le dimensioni delle varie voci. Un dizionario biografico deve dare il giusto spazio a ogni personaggio, bilanciarne bene l’importanza. E questo comporta un attento lavoro di redazione. Non può farlo chiunque. E anche i collaboratori esterni devono essere di un certo tipo, in caso contrario si rischiano delle derive. Lei non sa quanta gente chiama, anche con le migliori intenzioni, dicendo che tal tizio e tal altro dovrebbero stare nel Dizionario e non ci sono. E quello di cui parlano magari era un direttore di banda del loro paese... Non è pensabile l’idea di far moltiplicare le voci a casaccio».

Insomma, ci vuole il coraggio di spendere per il «Dizionario»?
«Ma sì è una grande opera nazionale, lodata da tutti... Quello che mi meraviglia è semmai il disinteresse del pubblico. Bisogna pur dirlo che 600mila euro di disavanzo all’anno sono una cifra che per lo Stato, o per una grande azienda che faccia da sponsor, sono tutt’altro che impressionanti... ».

E allora perché si è così restii a spenderli?

«Il motivo è semplice e vale sia per i governi di destra che per quelli di sinistra: il Biografico non fa voti. Tutto il mondo politico guarda la cultura da lontano. Le faccio un altro esempio: la Biblioteca centrale nazionale di Roma in dieci anni, e passando per governi di diversi colori, ha visto diminuire il suo bilancio del 49%. La cultura libraria non fa opinione pubblica. Non è come il restauro del monumento, che ti consente di fare una pomposa inaugurazione e di appiccicarci sotto una bella targa con lo sponsor. Eppure senza i libri non siamo capaci di capire nemmeno la storia dell’arte... ».

Ma lei ha anche suggerito una particolare forma di investimento-promozione...
«Sì, sono convinto che il miglior modo di sostenere l’opera sarebbe l’acquisto delle copie. I consolati italiani devono promuovere la nostra cultura? Allora ogni consolato acquisti una copia del Biografico, che è fatto apposta per raccontare gli italiani eccellenti. Lo stesso dovrebbe accadere in ogni comune. Nel Biografico sono raccontati i personaggi fondamentali della storia di ogni città».

Funzionerebbe meglio di un finanziamento diretto?
«Secondo me, sì. Io al finanziamento diretto delle opere preferisco scelte tipo questa che consentono non solo di realizzarle ma anche di farle circolare. Il Biografico poi è un’opera che per sua natura dovrebbe essere acquistato dalle istituzioni che hanno il compito di promuovere e difendere l’italianità».