«Ma chi viene in Spagna deve riuscire a integrarsi»

«No a rivendicazioni etniche. Molti precetti islamici sono pregiudizi di cui non si trova traccia nel Corano. Ma è giusto costruire moschee per coloro che credono in Allah»

Dal nostro inviato

a Barcellona

E poi ci sono i musulmani che si integrano, che fanno carriera, che ti sorprendono per la facilità con cui riescono a integrarsi nella società spagnola. Il più famoso è senza dubbio Mohamed Chaib, eletto al Parlamento catalano, primo deputato islamico di Spagna. Marocchino di nascita, si è trasferito a Barcellona nel 1964, quando aveva 4 anni. Oggi parla l’arabo, il catalano, il castigliano. Non rinnega le proprie origini, ma è fiero della sua nuova identità. Quando lo incontriamo, ci troviamo di fronte a un quarantacinquenne dall'aspetto giovanile, molto distinto, avvolto in un elegante loden blu. Prima di optare per la politica lavorava in una multinazionale farmaceutica. Eppure il suo essere musulmano non è di facciata. «Sono il presidente di un centro culturale islamico dedicato a Ibn Battuta, il Marco Polo islamico - ci spiega -. Diamo assistenza agli immigrati musulmani nelle 12 principali città del Paese». Chaib è un convinto sostenitore del modello di integrazione catalano, incentrato su un saggio equilibrio tra diritti e doveri degli immigrati. Chiede la costruzione di moschee, «perché è assurdo che i fedeli siano costretti a pregare per strada», ma stronca qualunque rivendicazione a carattere etnico «perché il sistema comunitario come quello britannico non crea il senso di appartenenza al Paese. Se tu maghrebino vieni qui, dopo qualche tempo devi sentirti a casa, devi sentirti spontaneamente catalano». Cahib respinge, al contempo, gli eccessi francesi: «Loro propongono un’assimilazione totale, che minimizza i rapporti interculturali. Ma questo è un errore: non basta il passaporto per essere davvero francese». Lui dà l'esempio: musulmano, è sposato con una nota pedagoga catalana, cristiana non praticante. I loro figli sono islamici, ma vanno in una scuola parificata, ovviamente cattolica. Eppure non si sentono a disagio.
Al centro culturale non è sempre facile gestire il rapporto con gli immigrati, specialmente quando non vogliono adeguarsi ai costumi locali: «Mi dicono: non mando i miei figli a scuola perché studiare musica e arte è contrario all’islam - racconta -. O ancora: iscrivo solo i maschi, le femmine devono stare a casa». Ma lui non si lascia scoraggiare. «Dimostro che sono solo pregiudizi, perché il Corano non dice di istruire solo i maschi. Questo è un diritto universale, che riguarda anche le femmine». E chi non ci sta? «Nessuna compiacenza, se vuoi stare qui devi rispettare le regole». Risultato: nel Consiglio islamico della Catalogna, da lui costituito, la maggior parte degli imam sono moderati; i fondamentalisti rappresentano una piccola minoranza.
Persino ad Alicante, città tutt’altro che esemplare in tema di integrazione, puoi trovare islamici ben integrati. Qui la situazione è più difficile rispetto a Barcellona. Non c'è un vero centro islamico e la moschea è stata chiusa, provvisoriamente, dalla polizia. Attraverso un giro di contatti telefonici, riusciamo finalmente a individuare il portavoce della comunità musulmana, tale Mowaffaq. Gli diciamo che ci manda Majhid, e lui replica: «Quello di Roma?». No, quello di Valencia. Lui tace, sembra contrariato. Pensiamo: «Ecco, siamo finiti in una rete di integralisti». Ipotesi tutt'altro che remota, considerato che proprio qui è stata sgominata una cellula di Al Qaida. Ma accetta di incontrarci.
L’appuntamento è per le 17.30 e lui arriva puntualissimo. Ma non ha l'aria del fondamentalista: indossa un pullover arancione di buona fattura, giubbotto di marca, occhiali da vista firmati. E infatti bastano pochi minuti per capire chi sia davvero Mowaffaq. È un siriano giunto trent’anni fa ad Alicante, dove è diventato imprenditore. Ora ha una fabbrica di vestiti per bambini. «Nello stabilimento lavorano 80 operai - dice - ma fuori, a cottimo, ne ho altri 200-300». Più o meno in regola. «Come si usa qui», ammette ridendo. Gli chiediamo se i suoi dipendenti siano musulmani. «Macché, ho solo 5-6 maghrebini. Gli altri sono spagnoli». Un tipo sveglio, il signor Alhallaq. Saliamo sulla sua auto, una Mercedes coupè grigia metallizzata. Ci porta fino alla moschea e per strada confida di possedere anche tre fast food. Non siamo musulmani e in teoria, secondo certi islamisti, non potremmo entrare nel luogo di culto, ma lui se ne infischia. È un grande stanzone disadorno, con un pulpito. «Dobbiamo solo creare un'uscita di sicurezza e la polizia ci ridà il permesso», afferma. Ci mostra altri locali, dove vengono impartite lezioni di spagnolo agli arabi e di arabo agli spagnoli. Anche lui, come Chaib, insiste: «Chi viene qui deve adeguarsi». Giura che tutti i musulmani da lui conosciuti desiderano integrarsi, «tranne gli albanesi e i kosovari, che non si fanno mai vedere». Ma poi ammette: «Quando la concentrazione di immigrati è eccessiva, sorgono problemi di convivenza, sorattutto nelle località più piccole». Cita il caso di Crevillente, dove un'intera zona, quella del viale San Vincente Ferrer, è ormai arabizzata. Allarga le braccia e sentenzia: «Molto dipende dai leader della comunità». Non tutti sono ben disposti come lui.