Chi vince e chi perde nella battaglia tra banche italiane ed europee

Non succedeva da anni: tante grandi e importanti società straniere ansiose di investire in Italia. C'è di più: pur di poterlo fare, si dà battaglia senza esclusione di colpi giudiziari e mediatici. Anzi, e questo non si era proprio mai visto: un pioggia di miliardi (di Euro) è pronta a riversarsi nelle bisognose casse del Bel Paese e qui si sta a discuterci sopra.
Tutto questo sta accadendo per delle banche. L'hanno chiamato risiko, ma forse il nome giusto è puzzle, di quelli da tremila pezzi. Senza la pretesa di incastrare tutte le tessere del gioco, un aiuto alla comprensione può venire dall'osservazione di come il modo di fare la banca sia cambiato, in Europa e in Italia, negli ultimi decenni. Il mestiere di raccogliere e prestare denaro si è, generalmente, polarizzato attorno a modelli abbastanza diversi tra loro.
Parlando dei Paesi di maggior peso dell'Europa continentale, Francia e Germania, il tessuto produttivo locale, quello di interesse prevalentemente nazionale o regionale, ha continuato ad appoggiarsi ad una rete molto fitta di banche di carattere cooperativo o espresse dalla società civile di un ambito territoriale specifico, spesso con finalità mutualistiche o comunque d'interesse generale. Federandosi a livello locale o nazionale, senza perdere la propria individualità, hanno dato luogo a dei grandi protagonisti dell'economia, forti per le loro dimensioni e, in genere, per la grande diversificazione dei rischi di credito. Nello stesso tempo sono inattaccabili sotto il profilo degli assetti proprietari, originati da istituzioni spesso pubbliche non scalabili. Altre banche invece, più strutturate per servire le imprese di carattere multinazionale o per inserirsi da protagoniste nel circuito delle operazioni finanziarie di importanza mondiale, forti di una struttura proprietaria incrociata con le altre grandi istituzioni finanziarie dei loro Paesi, sono cresciute anche grazie a strategie di acquisizioni e fusioni, che le hanno rese sempre più grandi mantenendo sostanzialmente invulnerabili i loro assetti di controllo. In Italia la situazione è diversa: negli Anni '90 il controllo pubblico delle banche, statale o locale, è stato smantellato, senza che nessuno mostrasse di aver bene in mente quale assetto dovesse assumere questo settore vitale. Le banche d'affari - prevalentemente straniere - hanno fatto il loro mestiere, trovando in Italia l'insperato bengodi della committenza pubblica e piazzando senza troppa fatica le azioni delle banche e casse di risparmio italiane dove meglio capitava. Molte banche italiane si sono così trovate ad avere come soci di maggior rilievo i loro maggiori concorrenti. Certamente, anche le grandi banche italiane hanno operato acquisizioni ed aggregazioni, senza però che questo cambiasse gli assetti dell'azionariato. Col risultato di trovarsi bloccate su due fronti: quello dell'espansione sui mercati internazionali, dove non possono sovrapporsi a quello che già fanno i loro grandi azionisti, e le istituzioni, e quello delle aggregazioni e fusioni di grandi dimensioni, perché non potranno mai mettere d'accordo azionisti che hanno obiettivi e interessi divergenti.
Tutto questo mentre la galassia delle piccole banche locali non trova punti di riferimento aggreganti, capaci di organizzarne le forze in un disegno strategico d'impatto nazionale.
È su questo magma che si schierano ora le diverse forze in campo. Obiettivo neanche tanto nascosto di molte banche straniere: acquisire quote di mercato, soprattutto nella raccolta del risparmio, e fare efficienza nei costi, accentrando le unità operative a livello europeo per compattare le forze e darsi battaglia nella conquista delle grandi operazioni finanziarie internazionali, incluso il vasto settore del risparmio gestito. Brutte notizie si preparerebbero, quindi, per l'occupazione diretta e per quella indotta del cosiddetto terziario avanzato. Così pure, probabilmente, per l'assistenza alle imprese locali, che diventerebbero strategicamente meno importanti.
Potrebbero invece sentirsi più a loro agio i clienti privati, invogliati a versare i loro risparmi per alimentare coi loro rivoli i serbatoi di liquidità necessari per le grandi operazioni internazionali. Sarà vera gloria? O risaliranno tutti le Alpi con carri e masserizie? E riuscirà l'establishment italiano a reagire non solo a questa emergenza, ma anche ritrovando il bandolo di una strategia finanziaria per il sistema Paese?
Per ora i veri vincitori sono gli azionisti di minoranza delle banche in odore di Opa, che hanno visto schizzare in modo insperato i prezzi delle loro azioni e passano, ringraziando, alla cassa.

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