Chi vince non può umiliare gli avversari

No, no, no. Sarà pure figlio del vento, ma un dio proprio no. E quel suo atteggiarsi a divinità dell’Olimpo, quelle sue danzette tribali (prima e dopo la gara), quel suo finale irridente e irriverente verso gli avversari lasciati alle spalle sono proprio indigeribili. Per l’amor di Dio (quello vero), che Usain Bolt sia un campione non si discute: doppio oro e doppio record mondiale, roba da Jesse Owens o giù di lì. Ammettiamolo, ha lasciato il segno nella storia olimpica. Ma questo non giustifica il suo comportamento.
Certo, lo spirito decoubertiano resta una favola stile Alice nel paese delle meraviglie. Altro che partecipare, alle Olimpiadi gli atleti corrono per vincere, o almeno ci provano. E non puntano solo all’alloro (il giamaicano già pregusta i quindici milioni di dollari all’anno che gli pioveranno addosso tra sponsor e accordi commerciali). Ma un pizzico di stile, e di sale in zucca, non guasterebbe mica. Sei il più forte? Complimenti, ma con quale diritto la tua vittoria deve diventare umiliazione per gli altri? Neppure Carl Lewis negli anni del suo travolgente successo osava tanto, ostentava tanto, strabordava tanto.
E così la giovane saetta ha attirato pure l’attenzione del presidente del Comitato olimpico. Vabbe’, che il Cio parli di stile fa un po’ ridere, dopo che ha portato alle Olimpiadi keirin, bmx, taekwondo e si prepara ad aprire le porte al calcio-balilla e a chissà che altro... Ma forse la strigliata all’atleta giamaicano è l’unica cosa di buon senso che i padroni dei cinque cerchi abbiano partorito.
E allora diciamolo chiaramente: di fronte a un Usain Bolt strepitoso per una manciata di secondi c’è n’è un altro, che deride i suoi avversari perché crede di non avere avversari e che pretende di essere adorato perché non c’è altro dio (della pista) al di fuori di lui. Ecco, è questo il Bolt che non ci piace. Nessuno pretende bagni d’umiltà, ci mancherebbe, ma una doccia fredda per risparmiarci la sua scalmana gioverebbe assai.