Chi voleva la luna si accontenta di Prodi

Nell’ammonire sulla illusione di facili e ricorrenti novità nella politica italiana, Arnaldo Forlani che era uomo saggio, parlò un giorno del principio dell’«eterno ritorno del sempre uguale», che così spesso si esprime nella vita del nostro Paese. La citazione era di Nietzsche, nientemeno. Scendendo a un orizzonte più modesto, qualcuno ha osservato che la crisi aperta una settimana fa e appena chiusa, così come in un enorme giuoco dell’oca, dopo avere mobilitato governo, Parlamento, partiti, giornali, osservatori interni ed internazionali, spioni e maneggioni di tutte le risme non ha fatto altro che tornare alla casella di partenza.
E infatti su tutti i punti che l’hanno provocata, la politica estera e l’Irak ma anche i Dico, la Tav, le pensioni, i partiti di governo hanno continuato a litigare allegramente, e ciò mentre si giuravano fedeltà dai banchi di Montecitorio e di Palazzo Madama, esattamente come prima dell’apertura della crisi. Giganteggia, nel sintetizzare quello che è successo, cioè nulla, Francesco Storace. Il quale, rivelando una vena poetica insospettabile ancorché dialettale ha dedicato al grande spettacolo alcuni versi: «Du’ ggiorni perzi a parlà der monno, e bastava chiede ar Pallaro “a Pallà ma come voti?”».
Ben altro estro linguistico meriterebbe il voto di Andreotti. Poiché al Senato l’astensione vale come un no, e l’assenza dall'aula vale un ni, un voto in meno ma anche un abbassamento del quorum a favore del governo, Andreotti è riuscito a non dispiacere a nessuno, realizzando il miracolo, possibile al Senato, di un mezzo voto a destra e mezzo a sinistra. Più che un Belzebù, Andreotti si qualifica come un folletto burlone, e così rischia di piacerci di più.
Va da sé che la ricomposizione temporanea ci riporta indietro, all’apertura della crisi, alla casella di partenza del giuoco dell’oca, come detto. E c’è chi se ne preoccupa. È il senatore Sgobio dei Comunisti italiani, il quale si appella alla saggezza dei colleghi perché non riprendano a litigare, e che almeno lo facciano con metodo, prospettando il rischio che «si imbastisca una nuova torre di Babele dove tutti rincorreranno il loro orticello». Ora, il pensiero dell’onorevole Sgobio è un conto, ma quell’immagine degli orticelli arrampicati sulla torre di Babele, a ciascuno il suo, unicuique suum, ha la sua suggestione poetica, che va riconosciuta da qualsiasi parte venga.
La situazione resta grave senza essere seria, e Giovanni Russo Spena, capogruppo di Rifondazione, facendo ricorso all’ottimismo della volontà, recita: «Collaboreremo con il massimo impegno e determinazione appoggiando fino in fondo questo governo perché vogliamo la luna». Russo Spena cita, parafrasandolo, il libro di Pietro Ingrao il quale, spiegando il suo lungo percorso comunista lo titolò per l’appunto Volevo la luna. Anche Russo Spena la vuole, la luna, e la vuole il Manifesto che ieri ha gioito per la «serata sociale» organizzata da Pippo Baudo a San Remo: due canzoni sulla guerra che è brutta, una sulla disoccupazione che dopo i 50 anni è peggio, e ce n’è per gli immigrati e i matti nei manicomi, non saprei per quelli che stanno fuori.
Non so neppure se la serata di Baudo riuscirà a consolare il trotzkista Turigliatto, membro della «IV Internazionale comunista per la rivoluzione mondiale», che è riuscito a realizzare il peggio facendosi cacciare dal partito con le argomentazioni usate ai tempi di Baffone contro Trotzki: «Ha tradito e boicottato la linea del partito, non ha rispettato le decisioni, il fatto è grave, deve essere allontanato». Con inquisitori, giudici e motivazioni di questa fatta, gli è andata bene che ha salvato la pelle grazie all’aborrita democrazia borghese, che Dio glie la conservi.
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