Chi vuole uccidere Finmeccanica?

Nello stesso periodo in cui la ricchezza complessiva degli italiani, in un brutta mano del gioco dell’oca, invece di crescere ritornava al punto di partenza, la Finmeccanica moltiplicava per tre il suo fatturato. Dal 2002 al 2010, i ricavi del gruppo sono passati da 6 a 18 miliardi di euro. Non vogliamo essere noiosi, ma concedeteci qualche numero facile facile. L’azienda romana ha un portafoglio ordini di 21 miliardi di euro: si tratta di una garanzia piuttosto concreta che hanno i suoi 75mila dipendenti di non perdere a breve il proprio posto di lavoro. Sempre (...)
(...) Finmecca (come la chiamano i suoi) ha speso nel 2010 per la sola ricerca 2 miliardi di euro: per dare un’idea è il bilancio complessivo (stipendi compresi) del nostro ministero dei Beni culturali. Con i suoi 13mila dipendenti, è la maggiore impresa italiana negli Stati Uniti (se si esclude la Chrysler). Con Agusta è il primo produttore al mondo di elicotteri ed è diventata la nona (nel passato non era neanche in classifica) industria mondiale nel settore dell’aerospazio e della difesa. Il 70 per cento delle sue azioni è sul mercato, mentre il resto è dello Stato italiano.
Questi numeri garantiscono forse una sorta di immunità giudiziaria? Ovviamente no. Il criterio del bilancio probabilmente renderebbe immuni molte aziende malavitose.
Circa sette mesi fa, la procura di Roma ha fatto arrestare un consulente importante della società. In galera è finito il commercialista di questo consulente. Le indiscrezioni, evidentemente fatte filtrare dalla Procura, per il momento parlano di due filoni di inchiesta. Il primo riguarda una piccola società (date le dimensioni di Finmeccanica) in parte controllata dal gruppo e in parte finita, attraverso giri poco chiari, al finanziere romano Gennaro Mokbel (già in carcere per la vicenda Sparkle e Fastweb). E il secondo filone invece avrebbe a che fare con una serie di lavori che sarebbero stati appaltati (riguardo alla sicurezza del volo) con procedure probabilmente irregolari.
Ricapitolando. Da sette mesi una delle principali aziende del paese sembrerebbe sotto inchiesta. Al momento i suoi vertici non sono stati neanche iscritti nel registro degli indagati né hanno ricevuto un avviso di garanzia. Ma ad ondate il gruppo viene investito da una massa di indiscrezioni, di ricostruzioni e di scenari di reato da far impallidire. Ovviamente i mercati finanziari se ne sono accorti e hanno iniziato ad alleggerire le proprie posizioni: hanno venduto i titoli in Borsa. Nessuno ha intenzione di mettere i discussione il lavoro dei magistrati: indaghino a più non posso. Interroghino chi di dovere. Ma, sembrerebbe il minimo, chiedere loro tempestività e soprattutto la massima riservatezza. Le aziende, anche quelle grandi, sono organismi fragili, che vivono di reputazione. Immaginatevi voi come possano essere utilizzate negli Stati Uniti queste informazioni: un’azienda per di più italiana e non domestica che mentre concorre per vincere i delicati appalti del Pentagono, viene investita da un tale bufera a casa propria. Un ottimo argomento per i concorrenti.
La questione Finmeccanica per ora più che giudiziaria è solo mediatica. Uomini di Stato, i Pm, che indagano su un azienda di Stato, la Finmeccanica.
Gli stessi Pm che stanno investigando su Finmeccanica hanno deciso di tenere in carcere Silvio Scaglia, nonostante questi si fosse presentato spontaneamente dall’estero per farsi interrogare. Scaglia (e con lui, tra gli altri, il suo ex direttore finanziario Mario Rossetti) sono stati sepolti vivi in una carcerazione preventiva che ha tutto il sapore di una condanna anticipata: più di 270 giorni senza libertà, prima dietro le sbarre e poi agli arresti domiciliari.
È banale, scontato, ricordare che reati e delitti, quando il codice lo preveda, si pagano con il carcere e che non ci sono immunità che tengano: né quelle del successo e della ricchezza personale come nel caso Scaglia, né quelle dell’importanza strategica di un’industria per il paese, come nell’affaire Finmeccanica. Ma è altrettanto banale rammentare ai nostri magistrati che in un paese civile non si distruggono le vite degli uomini e quelle delle imprese per indagini che fino a prova contraria non sono di per sé sentenze di condanna.