È la chiacchiera militante l’unica rivoluzione

Claudio Papini
Leggendo il suo fondo in occasione del 120 anniversario della fondazione de «Il Secolo XIX» mi sono ricordato della lettera di sostegno da me inviata dieci giorni fa al direttore di quel quotidiano.
Era di sostegno al suo atteggiamento nei confronti delle critiche mossegli da Eugenio Scalfari in occasione dell’affare «Matrix». Essendo densa e forte mi era chiaro che difficilmente sarebbe stata citata fra le «lettere al direttore».
Alla luce di quel che è accaduto a Milano il 25 aprile nei confronti del ministro Letizia Moratti, sono ancora più lieto di averla scritta, quale che sia il destino di quelle poche righe. Per pura conosceza gliela allego. Buon divertimento.
Claudio Papini

Dottor Lanfranco Vaccari, mi è capitato di leggere la sua risposta all’articolo di Eugenio Scalfari. Non ho letto quest’ultimo ma sinceramente se conservo ancora una certa stima per le pagine culturali de La Repubblica di quello che scrive Scalfari non me ne preoccupo più da un pezzo, proprio da quando iniziò il felice sodalizio di quest’ultimo con l’on. Ciriaco De Mita, la cui nota egemonia politica - su parti del territorio nazionale dove sono prosperate «pensioni di invalidità» diffuse con criteri gagliardamente parassitari e dove in occasione del ben noto terremoto dell’Irpinia, ebbero a «volatilizzarsi» decine di migliaia di miliardi (di vecchie lire) - diciamo, con un benevolo eufemismo, che ha lasciato un po’ a desiderare (fatti salvi naturalmente i gaudenti beneficiari di sì belle operazioni artatamente condotte fra innumerevoli complicità (sindaci locali). Difficile pensare che i parlamentari (e i senatori) eletti in quelle circoscrizioni non ne sapessero nulla (per quanto ne abbia così concluso la commissione parlamentare presieduta, se non ricordo male, dall’on. Oscar Luigi Scalfaro). Ma non è in fondo questo il punto. È un altro ed è più complesso. Devo dire che Lei con il suo comportamento (in occasione dell’affare Matrix su Canale 5) e con la risposta, data in quei termini nelle vesti di Direttore responsabile de Il Secolo XIX mi ha meravigliato in positivo (cosa che non accadeva da decenni sia con riferimento ai Direttori immediatamente a lei precedenti sia in relazione alla maggior parte dei membri della redazione genovese e ligure che sono notoriamente militanti). Non voglio nasconderle che da anni se leggo il Secolo (pur non comprandolo) lo leggo al bar, frettolosamente o in casa di amici ma con scarsa attenzione. Eppure ancora fino a pochi anni fa l’avevo sempre comprato per tradizione di famiglia. Può darsi che la sua direzione rappresenti una svolta in positivo e che il giornale possa tornare ad essere comprato e letto da parte mia con l’antica continuità.
Ovviamente non sono gli orientamenti personali che contano davvero, quello che importa è che se i giornalisti decidono di fare i militanti non hanno il diritto di intossicare l’informazione e il pensiero come è stato fatto in Italia negli ultimi decenni, vista poi la modestia dei «masanielli» antigovernativi (e dei loro fautori) quando hanno la ventura di accedere al governo (l’esperienza della terna Prodi/D’Almena/Amato è stata, nel recente passato, luminosa in proposito). È evidente che nell’informazione italiana si è realizzata un’egemonia dell’esagerazione (a senso unico), allietata da una schiera notevolissima di guitti da palcoscenico che ogni volta rincaravano la dose. L’Italia delle due chiese ha continuato a spargere il veleno della guerra fredda, prolungando in modo strisciante le lacerazioni del dopoguerra.
Ora, la prassi degli orgasmi antigovernativi reiterati, ha concorso a creare una finzione generatrice di aspettative miracolistiche che l’opposizione non è mai stata in grado poi di soddisfare (e come avrebbe potuto?) né ovviamente lo potrà mai.
Max Weber ha parlato dei giornalisti come di politici veri e propri (cfr. La politica come professione) ma in contesti storici del tutto diversi dove espressioni come «lotta di classe» e «dopoguerra» avevano avuto e avevano un senso autentico. In Italia sembrano tutte risse di vassalli, valvassori e valvassini che disputano per lucrare modesti vantaggi sovente legati a piccoli aggiustamenti di politica aziendale. I gradassi e i rodomonti (e i loro sostenitori) non fanno altro che partorire modesti topolini. Le uniche riforme (e rivoluzioni) che si fanno in Italia, da decenni, sono solo quelle della chiacchiera militante che non consente nemmeno più di capire davvero la realtà italiana nella profondità drammatica dei suoi problemi (quelli che ci trasciniamo da alcuni infausti decenni e che il giornalismo di altri paesi - per es. quello inglese - esibisce e fustiga ironicamente a sangue). Credo che occorra proporre - in una città dove l’accordo fra i diversi orientamenti politici è completo nella modesta e periclitante gestione dell’esistente - ben altro tipo di giornalismo. A Genova - dove l’accordo vischioso delle forze politiche della Chiesa - è così profondo e ignobilmente complice, se il Secolo XIX - sotto la sua direzione - riuscirà progressivamente a «svasallarsi», vista l’indubbia importanza del mezzo d’informazione, si sarà già fatto un discreto passo avanti. Ma certamente, ed è questo l’auspicio «nazionale», la speranza è che si possa sgonfiare questa mongolfiera piena di gas puzzolente che costituisce non poca parte dell’informazione italiana: i figli del ’68 (ormai invecchiati) non possiedono più nemmeno un grammo della splendida vitalità di quel breve periodo, continuano però a recitare quei breviari che ormai, come schemi ideologici, sono finiti nella «pattumiera della storia». Il guaio è che loro non se ne sono nemmeno accorti. Vale la pena ancora oggi di rileggere la poesia che Leonardo Sciascia ha dedicato loro nel suo famoso libro «Il contesto». Va aggiornata certo ma c’è da chiedersi, se rispetto ai giorni nostri, per tutta una serie di persone adulte si possa considerare post litteram o ante litteram.
Cordiali saluti.
Claudio Papini