Lo chiamarono «traditore» ma lasciò per stress

Nino Pirito

Lo avevano chiamato «traditore». Quando, poco prima del Natale del 2001 aveva deciso di lasciare il Genoa. Non sapendo né come né perché aveva deciso di abbandonare quella squadra che sentiva sua, come una moglie, come un'amante, come una figlia, come una madre. Non sapendo che Franco Scoglio aveva deciso di farlo facendo violenza a se stesso, combattendo contro se stesso prima che contro i dirigenti d'allora, Luigi Dalla Costa e Nicola Canal soprattutto. I quali avevano dovuto chiamarlo, «obtorto collo», forzatamente insomma, qualche mese prima, per tirare fuori il Genoa che stava correndo per l'ennesima volta verso un futuro senza prospettive tecnico-societarie.
E lui, affiancato da Claudio Onofri sul campo, era riuscito a riaccendere le speranze più dolci anche nei più scettici, era riuscito a condizionare - non sempre in modo chiarissimo - la società, obbligandola, quasi, ad accettare le sue condizioni, le sue imposizioni. Lasciandogli, apparentemente, carta bianca su tutto. Stringendolo, invece, in sostanza, in una morsa feroce, dalla quale in quel dicembre del 2001, decise di liberarsi.
Già a novembre, il Professore mi chiama: «Sono stanco e credo che me ne andrò presto. Ma tu non scriverlo, non sto parlando al giornalista, sto parlando all'amico. D'accordo? C'è ancora qualche margine, spero che ci sia qualche margine d'intesa con i dirigenti. Spero che mi prendano Caccia e Innocenti, d'accordo? Altrimenti in serie A non ci andiamo. D'accordo. Spero che capiscano che l'ambiente va ripulito fino in fondo, che si decidano a cacciare quelli che non servono e, ancor più, quelli che speculano sul Genoa, che sfruttano il Genoa. D'accordo? Tu non scrivere niente, d'accordo? Non è il momento. Ma quando sarà il momento, se sarà il momento, ti farò vedere tutto, ti dirò tutto. D'accordo? Ciao».
Rimango stordito. Non sempre riuscivo a seguire il filo dei suoi discorsi, dei suoi pensieri che diventavano parole. E stavolta ancora meno. Franco è deciso ma allusivo, chiaro sulle proprie intenzioni ma ermetico sui perché. Imbarazzante, anche, quando mi lega al silenzio: «Non parlo al giornalista…». Faccio fatica, ma decido che è giusto aspettare. Anche perché, in concreto, non mi ha detto niente. Se non che, probabilmente, se ne andrà dal Genoa.
Poi, poco prima di Natale, dopo la sconfitta in trasferta con il Cagliari, mentre è in corso il presunto caso-mobbing nei confronti di alcuni calciatori, Scoglio una mattina mi telefona ancora: «Il momento è arrivato. Puoi venire a trovarmi ad Arenzano?».
Mi accoglie nel suo appartamento al Grand Hotel poco prima di pranzo. E' sereno e sorridente, almeno sembra. Sul comodino della camera, tre o quattro libri, tra cui «Le confessioni» di Sant'Agostino. E poi carte, appunti, schemi, lettere, fax dappertutto. Il salottino è invaso dalla carta, dalle cartelle, dai giornali. E Franco si mette a parlare, parlerà con me per tre ore. Ma non di Genoa, o almeno non di solo Genoa. Parla della vita, della famiglia, di sua madre «unica donna che amo». Mi racconta come è riuscito, l'anno prima, a imbrigliare - a Venezia - il Venezia capolista di Prandelli, con una tattica che definisce «caos organizzato, fatto di attacco degli spazi, di soprappalla continuo, asfissiante, di verticalizzazioni e solo di verticalizzazioni».
Parla del suo Sud, della sua Lipari, della sua Tunisia, della villa bianca sul mare, grande, silenziosa, della sua oasi a pochi chilometri da Tunisi. Parla della sua Africa «dove mi sento a casa mia». E anche del Genoa che aveva sognato e che non potrà più guidare: «Sono stanco, ma non del Genoa. Sono stanco e stressato, stanco e annoiato di questo calcio ad minchiam. Di questo calcio ripetitivo, dei conflitti continui con chi non ne capisce la filosofia, degli allenamenti, delle liti con i presidenti».
Va di là e torna con un mucchio di fax: «Lo so che diranno che abbandono la squadra, che ho tradito il Genoa. Ma io, invece, abbandono il calcio marcio e irrecuperabile dei club. Guarda questo». Ed è una proposta di contratto da parte del West Ham: un milione di sterline, 3 miliardi di lire, fino a giugno 2002. «E guarda anche questo». Ed un'altra proposta di contratto che viene dagli Emirati Arabi, tre anni per 6 milioni di dollari.
«E adesso guarda questo». Ed è il contratto in corso con il Genoa: «Leggi questa clausola: l'accordo è per due anni, ma a giugno prossimo non sarà rinnovato se non vado in serie A. E con questa squadra, così com'è, in serie A non ci andiamo. Glielo dico da mesi a quelli là. Qualcuno mi chiamerà traditore, ma tradirei il popolo genoano se restassi qui e non raggiungessi il traguardo che ho promesso. D'accordo?». «E allora - continua - io dico basta. Da oggi non allenerò più nessuna squadra di club ma solo, se possibile, una nazionale. Farò il selezionatore, insegnerò calcio ad atleti africani, atleti straordinari che hanno fame e voglia d'imparare. Lontano da questo calcio che mi gira per la testa ventiquattro ore su ventiquattro, che mi fa alzare la pressione, che mi fa incazzare come una bestia. Non lascio il Genoa per i soldi, me ne fotto dei soldi, ne ho guadagnati abbastanza di soldi, d'accordo? Lascio perché non posso più insegnare calcio a nessuno, perché nessuno vuole imparare il calcio. I dirigenti per primi». «Ma un giorno, se qualcosa cambierà, potrei tornare. Non al calcio, al Genoa. D'accordo?».