Chiamparino: "Sbagliato dire sempre no"

Il sindaco di Torino difende l'appuntamento del 25 ottobre: "Però non facciamolo diventare una data mitologica o catartica, il Pd deve parlare all'area riformista"

da Roma

Allora sindaco Chiamparino, ha ragione Bossi quando dice che «la sinistra vuole fare un nuovo Sessantotto»?
«Visto che l’ha fatto anche lui, Bossi dovrebbe sapere bene che il Sessantotto non l’ha organizzato nessuno. Semmai è stato cavalcato dopo».
E allora perché questo parallelo?
«Ho il timore che ci sia sotto l’intenzione di spaventare i benpensanti, un modo per evocare uno spettro, visto che alcuni lo considerano tale».
La piazza di venerdì scorso e quella del 25 ottobre, insomma, sono un’altra cosa...
«Sono un’altra cosa e sono cose diverse tra loro. Quelle dei sindacati sono manifestazioni in parte condivisibili e in parte no, mentre quella che sta organizzando il Pd è il tentativo di parlare in piazza a un’area riformista del Paese che sappia dire dei “no” alle politiche sbagliate del governo ma che abbia anche la forza di dire dei “sì” davanti a scelte condivisibili. Con le sue miserie e i suoi splendori, il Sessantotto è stato tutt’altra cosa».
Non c’è il rischio che avvicinandosi l’appuntamento del 25 ottobre si radicalizzino le posizioni del Pd e si lasci un po’ ai margini lo spirito riformista?
«Credo che manifestare sia una delle tante dimensioni del fare politica e non ci vedo nulla di strano. All’indomani della vittoria di Prodi fu Berlusconi a portare la gente in piazza contro quello che lui chiamava regime e nessuno si è scandalizzato».
I toni, però, negli ultimi tempi si sono accesi. Veltroni sta giocando la sua partita soprattutto su Di Pietro, cercando di galvanizzare l’elettorato di centrosinistra per scongiurare il rischio di un flop...
«Direi che questo fa parte delle regole del gioco. Sarebbe strano il contrario».
Però per questa via sia rischia che il fattore aggregativo diventi ancora una volta l’antiberlusconismo...
«Il primo a volerlo è proprio Berlusconi visto che la sua collocazione naturale è quella di fare la vittima».
Il paragone tra l’Italia di Berlusconi e la Russia di Putin, però, l’ha fatto Veltroni. Sa un po’ di chiamata alle armi...
«Quello è un giudizio politico sul quale si può essere o meno d’accordo».
Lei è d’accordo?
«Io penso che in Italia i germi del populismo ci siano tutti. Se non è populismo arringare le piazze da un predellino... Detto questo, è vero che molto dipende dal vuoto lasciato negli anni Novanta dai partiti tradizionali a favore del partito del territorio, la Lega, e del partito azienda, Forza Italia».
Allora, però, si può dire che per molti aspetti anche il Pci era un partito populista...
«Popolare con qualche venatura populista che stando all’opposizione, però, poteva permettersi».
E Veltroni che rincorre Di Pietro? Non rischia la deriva populista?
«Oggi noi stiamo cercando di recuperare quel vuoto di cui parlavo prima andando nella direzione esattamente opposta. Altrimenti non avremmo avuto l’atteggiamento di disponibilità che abbiamo mostrato al governo sul decreto anti-crisi. È per questa ragione che l’obiettivo della manifestazione del 25 ottobre è che ci sia sì un’adesione massiccia ma non certo con la logica della demonizzazione. Dobbiamo lavorare per una presenza di quantità ma anche di qualità, elemento questo altrettanto importante».
Insomma, non sarà una manifestazione che metterà da parte lo spirito riformista del Pd...
«La cosa peggiore che possiamo fare è farla diventare la piazza dei no o darne una connotazione mitologica o catartica. Il 25 ottobre sarà solo un altro passo in avanti per radicare il Pd sul territorio, puntando il dito sui molti aspetti critici di questo governo ma con spirito costruttivo. E senza l’ansia della spallata oggi e subito».