Chiara, alfiere dello sberleffo e del disincanto

I racconti dello scrittore luinese nel secondo volume dei «Meridiani»: un affollato campionario di voci buffe e tragiche, utopiche e cialtronesche

Mentre infuria la pestilenza, la saggia Pampinea propone a compagne e amici di parlare di ciò che ad ognuno «sarà a grado». La prima giornata del Decamerone deve essere piaciuta molto a Piero Chiara: il tema libero è la soluzione migliore, specie quando si tratta di satireggiare, inchiodare ipocrisie o semplicemente narrare storie, usanze e costumi. Dovrebbe essere questa, in fondo, la via d'uscita di ogni cronista, alle prese con la materia incandescente dei comportamenti umani.
L’uovo al cianuro si intitola, infatti, una delle raccolte di racconti di Chiara, già premiato alla dogana del romanzo e ora consacrato a quella della novella, di solito svilita dai controllori dei recinti sacri letterari. Il secondo volume dei Meridiani (Racconti, Mondadori, pagg. 1792, euro 55), curato come il primo da Mauro Novelli, impeccabile promotore della revanche critica dello scrittore di Luino, regala un campionario affollato di voci e di interpreti quanto gli amati florilegi boccacceschi o i canovacci delle commedie plautine.
È bene però sgombrare subito il campo dagli equivoci. Quando si leggono elenchi di borghesucci fanfaroni e spregiudicati, la canzonatura è sempre la strada più semplice. Motteggi, affabili caricature, sghignazzi truffaldini: il rischio del divertimento a denti stretti è a portata di mano. A Chiara, per anni hanno appiccicato l’etichetta che De Sanctis aveva affibbiato al castigato Ariosto epigono delle satire di Orazio, un confidenziale scrittore in pantofole. Con la botteguccia zeppa degli arnesi del mestiere: l’erotismo, lo sberleffo e chili di amabile bonarietà. Sciocchezza come poche. Lo scrittore che gioca a carte al caffè, che imbastisce i propri racconti lombardi beffandosi con erudita disinvoltura degli intrallazzi di provincia e sposa la maliziosa colloquialità della persona qualunque, conosce bene il modo per lasciare l’amaro in bocca. E deludere chi si attende bozzetti consolatori come passatempi. Altro che occhieggiante reporter del buon senso comune.
Dietro fisionomie di corpose figurine, agitate da gesti e sentimenti plateali, c’è sempre qualcosa di non detto: «Un segreto - scrive Novelli - Chiara non lo nega a nessuno». Qualcosa che squaderni l’ordine esistente, vanificando idee, forme e tradizioni troppo naif per essere autentiche. Meglio invece diffidare dell’apparenza e apparecchiare processi ai danni di ogni autorità, che sia civile, religiosa, politica. E raccontare le cose come stanno, prima che vengano prese troppo sul serio, non omettendo nulla: neanche che il «Sancarlone» (così nel gioiello intitolato Sotto la sua mano), l’enorme statua di Arona raffigurante San Carlo Borromeo, fu eretto (è il caso di dirlo) fondendo il membro di bronzo del colosso di Rodi, finito dalle parti del lago Maggiore dopo perigliosa odissea.
Divertente, certo. Ma Chiara, che indossa le vesti ammalianti di alfiere del comico, conia anche l’altra faccia della medaglia, la tragedia di una vita buffa e avvelenata. Un perfetto innesto, tipico della teatralità di Aristofane e della maschera umoristica di Gogol e Pirandello. Al popolo, per cui scrive, questo novelliere raffinatissimo non concede attenuanti: miti e credenze ataviche polverizzate sul tavolo di un relativista senza indulgenze. Gratta gratta, sotto la superficie polverosa degli immaginari collettivi, egli pesca sempre illusioni e smargiassate, anche quando dietro ogni utopia di massa si consumano entusiasmi autentici e non solo cerimonie e sfilate di guasconi. Mazzini, Garibaldi, non parliamo di Mussolini o d'Annunzio: giù dal piedistallo insieme alle loro legioni di fedeli, in buona e cattiva fede.
Ogni ipotesi di trovare una formula, un’ideologia generazionale si rivela infatti velleità o messinscena, comica pompa cialtronesca o rovinoso carnevale di bandiere. Rimane solo il disincanto che robuste annaffiate di ironia movimentano, ma non alleggeriscono: tutto finisce a rotoli o in frantumi, come l’anguria che, in Povero Turati, si sfracella sul palco del malcapitato gerarca fascista: presagio del futuro sfacelo del regime. Che Chiara mette alla berlina con intransigenza più estetica che politica, allo stesso modo con cui imperversa su radicali e rivoluzionari.
Forse, per salvarsi da questa falsa civiltà, tutta maneggioni e avventurieri, popolata delle infinite varietà nazionali di Aretino e Cagliostro, ci si può appigliare all’umanità schietta e ingegnosa di un adolescente non ancora corrotto dalle finzioni degli adulti. Le Avventure di Pierino al mercato di Luino sono, oltre che un capolavoro della letteratura per ragazzi, il resoconto di un’irruenza scostumata e indomita, con la quale partire lancia in resta per demolire la parvenza rispettabile e parsimoniosa della gente perbene. Ma il caos, nonostante tutto, è destinato a rimanere: Chiara è riuscito a svelare, quasi sottotraccia e facendo finta di parlare alla buona, i moventi e i riti della dissennatezza dei nostri caratteri. Lo gnommero, direbbe Gadda, è più ingarbugliato che mai e, quel che è grave, la ridicola tragedia vien fuori solo se si scende alle origini della condotta umana, scoprendo l’impostura e superando la patina più rasserenante della banalità quotidiana.