Chiara Luraghi, la pittura "colta" e poetica

Oli e acquerelli Chiara Luraghi in mostra alla galleria Ponte Rosso di Milano (via
Brera n°2, sino al 24 ottobre) che si
rifanno nel titolo a versi di poeti famosi, da Cardarelli a Montale, da
Campana a Sbarbaro, a Ungaretti, a Betocchi

Se si guarda con attenzione alla pittura di Chiara Luraghi, in mostra ora alla galleria Ponte Rosso di Milano (via Brera n°2, sino al 24 ottobre), difficilmente si sfuggirà all’idea di una pittura “colta”, ovvero intessuta di libri e di poesia, di determinate frequentazioni e letture. Ciò non è tanto o solo dovuto al fatto che gli oli e gli acquerelli che compongono questa personale si rifanno nel titolo a versi di poeti famosi, da Cardarelli a Montale, da Campana a Sbarbaro, a Ungaretti, a Betocchi. Né che questi nomi rappresentino una geografia poetica ben precisa, l’orizzonte poetico italiano fra le due guerre, la stagione del frammento, della prosa d’arte, dell’ermetismo… Il fatto è che la cultura, l’amore per i libri, affonda nella biografia stessa della Luraghi. Figlia di un manager con la passione per l’arte e la letteratura, gli amici di papà Luraghi si chiamavano Leonardo Sinisgalli, Vittorio Sereni, ovvero poeti e scrittori che cercavano di coniugare il mondo dell’industria con quello dell’arte. E non è un caso che, quando il padre si accorse delle qualità pittoriche della figlia ancora ragazzina, pensò bene di mandarla non in una scuola d’arte, ma, proprio su consiglio di Sinisgalli, “a bottega”, come si faceva ai tempi del Rinascimento: il suo maestro sarà Domenico Cantatore. Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti, e senza star qui a rifare una storia artistica che dai suoi esordi festeggia ormai il mezzo secolo, ed è piena di riconoscimenti e di esposizioni, converrà fermarsi un attimo sull’ultimo periodo della sua attività. Dagli anni Novanta, infatti, Chiara Luraghi ha posto sempre più l’accento sul paesaggio, privilegiandolo rispetto alle nature morte e ai ritratti. E’ un paesaggio circoscritto a tre luoghi, Il Garda, l’Abruzzo e la Toscana, per ognuno dei quali il respiro pittorico è diverso: più dolce sul piano cromatico per il primo, di maggior respiro eppure più essenziale per il secondo, più circoscritto e intimo per l’ultimo. A questa predilezione, Chiara Luraghi ha aggiunto la “scoperta” dell’acquerello, alternata al dipinto a olio da sempre praticato e questo ha dato alla sua pittura una trasparenza e una felicità in più, come molti critici hanno avuto agio di osservare. Il paesaggio, ha scritto Pablo Rossi nella monografia che accompagna la mostra, rappresenta una scelta espressiva che si trasforma nel punto più alto della pittura, realizzata “partendo dalla luce ed usando con sapienza il colore, in particolare un verde, ma anche un ocra declinati in raffinate tonalità, alla ricerca di una risonanza più profonda, più poetica, su cui poi ragionare in studio”. E’ proprio questa riflessione che va di là dall’elemento naturalistico e che nella quiete di una stanza conduce a rivedere il proprio lavoro, che si riallaccia alla scelta poetica della citazione: quei versi dei suoi poeti più amati la aiutano ad andare di là dal lato puramente materiale della tela e a raggiungere un metafisico senso dell’arte e della vita. Ciò che comunque dalle sue tele resta fuori è la figura umana, come se l’artista avesse da un lato paura di contaminare quell’elemento naturale così perfetto nella sua unicità , o come se la figura rimandasse a una condizione umana sempre più insopportabile e dalle quale staccarsi se si vuole continuare a vivere e a creare. Come che sia, questi quadri raccontano il prodigio di una maturità intensa eppure eterea, come liberata dal contingente e tutta tesa verso quell’idea della durata, ovvero dell’eternità, che è la cifra di ogni grande artista.