Chiatti resta in carcere, troppo pericoloso

Clero Bertoldi

da Foligno

Luigi Chiatti, 38 anni, da tredici in cella, non potrà usufruire di un permesso per uscire dal carcere di Prato. La settima sezione della Corte di Cassazione ieri ha respinto il ricorso che il detenuto - che all'epoca dei delitti di Simone Allegretti, 4 anni e mezzo, e Lorenzo Paolucci, 12 anni, si era firmato con lo pseudonimo «il mostro di Foligno» - aveva presentato contro il «no» che gli era stato opposto dal giudice di sorveglianza di Firenze.
Il presidente della settima sezione, Claudio Vitalone, ex senatore, ha condannato Chiatti anche alle spese processuali: mille euro. Quest'ultimo, avendo scontato più di un quarto della pena (la condanna definitiva, dopo l'ergastolo in primo grado, era stata a 30 anni, con riconoscimento della seminfermità mentale e della pericolosità sociale), aveva chiesto gli venisse riconosciuto il beneficio premiale di poter usufruire di almeno qualche ora di permesso fuori dal carcere. Tanto più che il suo comportamento prima a Spoleto, poi a Firenze ed ora a Prato, è stato considerato dalle autorità carcerarie come quello di un «detenuto modello».
Ma i benefici della legge non possono essere automatici. Tanto più in un caso come quello di Luigi Chiatti, la cui malattia mentale, se non guarita o tenuta sotto controllo con terapie psicanalitiche o farmacologiche, potrebbe condurlo ad uccidere ancora. Per cui le porte del carcere non si sono aperte. «Non aver fatto uscire Chiatti dal carcere - è stato il commento a caldo di Luciano Paolucci, papà di Lorenzo - è un vantaggio per tanti bambini e anche per lui stesso».
Luigi Chiatti, nato Antonio Rossi, aveva trascorso la sua infanzia in un orfanotrofio di Narni. Dei suoi primi cinque anni di vita non ha ricordi. Un buio profondo. Gli psichiatri ritengono che si tratti di una «rimozione». I ricordi non vengono a galla perché altrimenti gli procurerebbero profondo dolore. Non è escluso, anzi è probabile, che da piccino abbia subito violenza. Poi era stato scelto dai suoi genitori adottivi, Ermanno, medico, e Giacoma, maestra. Era cresciuto a Foligno, ribelle in casa, timido e impacciato fuori. Eppure aveva ottenuto il diploma di geometra e aveva fatto il servizio militare. Aveva una fantasia ricorrente. Siccome riusciva a relazionarsi solo con i bambini e non con gli adulti, aveva ipotizzato di rapirne alcuni e di costruire, con loro, una sorta di villaggio in montagna. Nella sua mente malata pensava di tenerli qualche anno, di avvertire di tanto in tanto le famiglie di origine e poi di restituirli ai genitori.
Nel pomeriggio del 4 ottobre 1992 rapì Simone. Lo portò a casa, lo fece spogliare e iniziò pratiche pedofile su di lui. Il bambino si mise a piangere. Voleva tornare a casa. Lui, nel timore che i vicini sentissero quel pianto e scoprissero il rapimento, strangolò il piccino. Ripulì la camera, caricò il corpicino in auto e lo scaricò tra i boschi in montagna, dopo averlo finito con due coltellate al collo. Dopo dieci mesi, in cui aveva lanciato varie sfide alle forze dell'ordine che brancolavano nel buio, il secondo delitto. Avvenuto a Casale, nella villa di famiglia, in montagna. Vittima Lorenzo, che lo credeva un amico ed aveva accettato l'invito di andare a giocare a carte. All'improvviso Luigi Chiatti impugnò un forchettone e colpì Lorenzo. «Luigi, perché mi vuoi ammazzare?», gli chiese la vittima. Per un istante la mano di Chiatti si fermò. Poi l'istinto omicida riprese il sopravvento. Lorenzo venne massacrato. Confessa ora Luciano Paolucci: «L'ho perdonato cristianamente. Ma la sentenza è giusta e razionale».