Chicago perde i Giochi olimpici Obama la faccia

Per Barack Obama è stato uno schiaffo tanto memorabile quanto inaspettato: primo presidente americano ad impegnarsi di persona nella partita per l’assegnazione dei Giochi, ha attraversato appositamente l’Atlantico per promuovere, insieme con la moglie Michelle, la causa della sua Chicago, probabilmente nella certezza che il suo carisma sarebbe servito a spuntarla. Ha parlato della città che lo ha adottato 25 anni fa e dove ha fatto tutta la sua carriera politica in toni quasi lirici, ricordando come sia riuscita a fondere tra loro cittadini di ben 130 nazioni diverse. È ripartito dopo tre sole ore di permanenza, senza attendere il verdetto.
Invece, nella competizione a quattro con Rio de Janeiro, Madrid e Tokio, Chicago ha ottenuto alla prima votazione meno voti di tutti ed è stata subito eliminata. Lo smacco, che ha lasciato la città dei laghi incredula e smarrita, è stato tanto più forte, in quanto era, insieme con la vincitrice Rio, la favorita della vigilia. C’è infatti la consuetudine che i Giochi devono ruotare tra Europa, Asia-Oceania ed America: ora, poiché nel 2008 si sono svolti a Pechino e nel 2012 saranno ospitati da Londra, per il 2016 si puntava in partenza sulle candidate del nuovo continente, cioè Chicago e Rio de Janeiro.
Per la verità, a questo punto, lo stesso criterio distributivo, trasferito all’interno del continente americano, favoriva Rio. Delle 49 Olimpiadi celebrate a tutt’oggi, infatti, l’Europa ne ha avute 30, l’America del Nord 12, l’Asia 5, l’Australia 2, l’America latina nemmeno una: finora le sue città erano sempre state giudicate inadeguate alla bisogna e le loro economie troppo fragili per sostenere i grandi investimenti richiesti dai Giochi.
Stavolta, tuttavia, le cose apparivano diverse: non solo il Brasile è assurto, grazie agli spettacolari progressi degli ultimi anni, a decima potenza economica mondiale, ma è anche una stella del nuovo G20 e uno dei Paesi che ha superato meglio la recessione mondiale. Inoltre, la sua rivendicazione era spalleggiata da tutto il Sudamerica che, pur essendo la superpotenza del calcio, avendo organizzato varie volte i suoi Mondiali (compreso quello in programma nel 2014) e primeggiando spesso in molti altri sport olimpici come pallacanestro e pallavolo, si sentiva ingiustamente discriminato.
Questo non impedisce che l’umiliazione di Obama e di Chicago abbia assunto subito una valenza politica. La Casa Bianca ha involontariamente alimentato questa interpretazione, escludendo che si tratti di una sconfitta per la famiglia presidenziale e rilevando che il verdetto «è stato ovviamente influenzato da scelte politiche». C’è chi sostiene che questo è l’inizio della fine per il mito di Barack, apparentemente tradito perfino dalla «sua» Africa, chi lo interpreta come una vittoria dei Paesi emergenti sulla superpotenza in declino, chi osserva che in fondo il Cio ha solo adottato un criterio di giustizia distributiva, tenendo conto che di Giochi gli Stati Uniti ne avevano già avuti otto (gli ultimi ad Atlanta nel 1996).
Più della sconfitta in sé, è il modo a creare sorpresa e sconcerto, visto che, per le ragioni dette, Tokio e Madrid, rappresentate a loro volta rispettivamente dal nuovo premier Hatoyama e dalla coppia re Juan Carlos-Zapatero, partivano con l’handicap. La capitale spagnola, invece, è arrivata fino alla finale, sebbene il Paese abbia già avuto i Giochi con Barcellona nel 1992.
Se gli Obama sono nella polvere, il presidente brasiliano Lula è sugli altari. Ha convinto il Cio con un discorso appassionato, chiedendo che il suo continente ottenesse infine soddisfazione. Il presidente-operaio, in scadenza di mandato, non potrà godersi il trionfo quando tra sette anni la fiamma arriverà a Rio, ma esso rappresenta, in un certo senso, il coronamento della sua carriera. Ora il Brasile, che si appresta a scalare ulteriormente la classifica delle potenze economiche, dovrà meritarsi la fiducia ricevuta e trovare gli ingenti capitali necessari per dotarsi delle opportune infrastrutture, oggi abbastanza carenti. L’unica cosa certa è che, recessione o no, ce la metterà tutta.