Chicco, dagli asciugacapelli alla madre di tutte le scalate

Gli esordi da piccolo imprenditore e la svolta con il leasing di Fineco, dove entrano tutti i «ricchi» della zona. Il rapporto con la Bipop e con la Bam, fino all’assalto alla Telecom

Angelo Allegri

nostro inviato a Brescia

Poche sere fa ha cenato alla «Bersagliera», a due passi dal suo quartier generale di Corso Zanardelli. Una pizzeria senza pretese, quasi per studenti. Alla «Sosta», invece, il ristorante di cui Emilio Gnutti era praticamente ospite fisso, e in cui passa tutta la Brescia che conta, dicono di non vederlo da molte settimane. Anche le sue visite da Zilioli, la pasticceria più in vista della città, sembrano essersi diradate.
Chi lo ha incontrato di recente lo descrive teso, ovviamente preoccupato per le inchieste e la salute del suo gruppo finanziario. A metà dicembre ha avuto un attacco di angina. Un amico riferisce che si sono fatte più frequenti le sue visite al cimitero, dove, nella grande cappella di famiglia, sono sepolti la madre Beatrice e il papà Italo. Morirono improvvisamente tra il 1969 e il 1971; in poco tempo Chicco rimase da solo con una sorella. Un colpo durissimo.
Dal padre, sarto, dicono abbia ereditato la passione per l'eleganza e il senso dell’umorismo quasi goliardico. Non altro, visto che degli Gnutti industriali di Lumezzane, il suo paese, Chicco è solo omonimo.
Per il futuro proprietario di una delle più belle collezioni mondiali di Bentley e Ferrari, l'esordio si riduce a un pezzo di carta, un diploma da perito elettrotecnico. Dalle parti di Brescia basta molto meno per diventare imprenditore. E Gnutti, classe 1947, non fa eccezione. Alla fine degli anni 60, con due amici, fonda a Cazzago San Martino un'azienda che produce resistenze elettriche e si specializza alla svelta in motorini per asciugacapelli. Gnutti guadagna, come tanti piccoli industriali di quegli anni, ma i suoi concorrenti non ne hanno un ricordo particolare. Per capire qual è la sua vera strada ci mette una decina d'anni: la svolta è in una parola che allora sono in pochi a conoscere: leasing. Chicco deve comprare una macchina e da qualche parte scopre una nuova forma di finanziamento per le imprese. Convince qualche imprenditore amico (e la presenza degli amici è una costante in tutta la sua vita di uomo d'affari) a creare una società che offra alle aziende nuovi servizi finanziari. Nasce Fineco Holding.
La platea dei soci si allarga presto. Merito della capacità di relazione del giovane Gnutti. E merito anche di un'idea: quella di offrire sostanziose provvigioni a chi porta nuovi azionisti. In Fineco entrano industriali di peso della zona: i Bossini (docce), gli Annovazzi (idrosanitari), i Consoli, i Bertoli (del gruppo Abert di Lumezzane). In molti casi sono soci ancora oggi di Hopa. Come i Lonati: i tre fratelli Ettore, Tiberio, e Fausto. Guidano un gruppo che viene valutato un miliardo di euro nel settore dell'acciaio e del meccanotessile. Non solo: siedono anche un patrimonio immobiliare con pochi eguali in Italia, si parla di oltre 10mila appartamenti.
Tra i Lonati e Gnutti si stabilisce un rapporto che arriverà fino alle scalate di oggi: l'intesa «occulta» denunciata per Antonveneta; le scorrerie su Bnl; senza dimenticare una condanna in primo grado per insider trading di uno dei fratelli e di Chicco per il caso Cmi-Iil.
Dopo gli industriali arrivano le banche. A credere di più in Fineco è l'ambizioso numero uno della Banca Popolare di Brescia, Bruno Sonzogni, più tardi travolto dallo scandalo Bipop. Alla fine degli anni 80 l'istituto compra una quota di Fineco Leasing, una costola della capogruppo. Gnutti entra nel cda e nel comitato esecutivo della banca. Ma il percorso comune dura poco: per motivi mai chiariti, ma che sembra non si esaurissero nella semplice rivalità personale, nel 1992 Sonzogni affronta Gnutti in un drammatico consiglio di amministrazione. In un paio di settimane ogni rapporto tra Gnutti e la banca viene troncato. La Popolare di Brescia rileva il 100% della società di leasing, che nel frattempo è cresciuta e si è sviluppata. Il corrispettivo della cessione (circa 70 miliardi di allora) va in buona misura allo stesso Gnutti. La nuova disponibilità finanziaria lancia Chicco sulla ribalta della grande finanza. A questo punto i soci e partner si chiamano Comit, Interbanca, Banca agricola mantovana, che confluendo nel Monte dei Paschi porterà Gnutti nel cuore del potere bancario senese.
Alla metà degli anni 90 Gnutti incrocia anche la strada di un banchiere della Chase Manhattan Bank, Federico Imbert (oggi ai vertici di Jp Morgan), che contribuirà in maniera decisiva a disegnare il gruppo di società guidato dal finanziere bresciano. Solo più tardi partirà la madre di tutte le scalate: l'assalto alla Telecom.