«Chiederò una Commissione su Bancopoli»

Gianni De Michelis: «Serve un’inchiesta parlamentare: gli scandali di oggi sono frutto delle privatizzazioni»

Felice Manti

da Milano

«Sono passati quasi 14 anni da quel suo famoso discorso alla Camera, ma la lezione di Bettino Craxi sui rapporti tra economia e politica è ancora attuale». Gianni De Michelis è reduce dall’incontro per ricordare l’ex presidente del Consiglio a sei anni dalla morte. «Quel nodo dei rapporti tra politica ed economia è ancora irrisolto».
Ritorno a Tangentopoli, questione morale... Sembra di essere tornati indietro nel tempo...
«Ci sono molte analogie con il periodo di Mani pulite. Il cambio della legge elettorale, la difficile situazione dell’economia. Oggi come allora i Ds tendono a sfuggire dal vero nodo della questione: quello tra politica ed economia è un legame ineliminabile. Si discute in maniera confusa di aspetti marginali, come l’appello all’etica e la richiesta di legalità...».
Allora la questione era il finanziamento dei partiti, oggi si parla di fusioni bancarie e del ruolo dei Ds. L’etica c’entra...
Non è una questione di etica, così come non lo era allora quando il Pci di Berlinguer invocava una superiorità morale pur sapendo che prendeva regolarmente i finanziamenti dall’Unione Sovietica. Qui servono regole e trasparenza».
A chi spetta il compito di fare queste regole?
«Alla politica, naturalmente, al Parlamento. E la magistratura deve intervenire solo in situazioni patologiche. E, insisto, serve soprattutto maggiore trasparenza. Per esempio, nel caso di Forza Italia si parla di “partito-azienda”. I Ds sono una forza politica che si occupa anche di economia. Il loro core business è fare un prodotto politico e al tempo stesso gestire il potere. Il tifo per la Unipol di Consorte è l’ultimo di una serie di comportamenti devianti. Fassino dovrebbe spiegare le ragioni dell’esistenza di uno stretto rapporto tra i Ds e Unipol, senza lamentarsi solo per il conflitto d’interessi di Berlusconi».
C’è un conflitto d’interessi anche nella Quercia?
«Certamente. I Ds possiedono una banca, il Monte dei Paschi di Siena. È l’unico istituto di credito passato indenne dalle trasformazioni del sistema bancario. È controllato da una Fondazione, a sua volta gestita da Comune e Provincia, in una regione rossa da 70 anni. C’è una contiguità del potere politico ed economico, che va assolutamente resa palese, manifesta. Durante il periodo delle Partecipazioni statali, il governo era definito “azionista politico occulto”. La scelta di Craxi di vendere l’Alfa Romeo alla Fiat, nel 1987, fu una scelta “politica”, figlia di una logica interna di salvaguardia di un’azienda nazionale. Allora come adesso, se c’è un intervento politico nell’economia va palesato, reso pubblico».
Adesso le partecipazioni statali non ci sono più...
«Ma alcune storture del sistema, come guarda caso la governance di Mps, sono rimaste irrisolte. Molti dei problemi di oggi sono un’eredità di quel periodo storico...».
Bancopoli è figlia della stagione delle privatizzazioni?
«Certamente. Bisognerebbe ricostruire le vicende che portarono alla trasformazione del sistema finanziario italiano, dalla svalutazione della lira, al rifacimento del Testo unico bancario, alla legge Amato. Ci vorrebbe una seria rilettura di quel periodo. Ma ci sono delle resistenze, che non a caso vengono dai maggiori responsabili di queste storture di allora».
Chi potrebbe fare luce su quel periodo?
«Ci vuole una Commissione d’indagine parlamentare che faccia una rilettura della fase di privatizzazione. Penso soprattutto a quella di Telecom, a quando l’Iri di Prodi decise la cacciata dei vertici dell’azienda telefonica. Bisogna fare chiarezza sul comportamento degli attori politici di allora».