«Chiedetemi dei film, non di Berlusconi»

Il regista, premiato a Fiesole da Bertrand Tavernier, reclama domande cinematografiche anziché politiche

Maurizio Cabona

da Fiesole

La conferenza stampa di Francesco Rosi - che apre La sfida della verità, la rassegna fiesolana di film suoi e altrui (fino al 23 agosto al Teatro Romano) - termina; complice la ricorrenza del 2 agosto 1980 (strage di Bologna), i giornalisti gli hanno chiesto di politica più che di cinema. Si capiva dalle loro domande che conoscevano i suoi film per sentito dire.
Eppure bastava che, nell’attesa, sfogliassero sul momento il catalogo della rassegna fiesolana, curato da Aldo Tassone (Edizioni Aida) per farsene un’idea. Del resto quei giornalisti hanno attenuanti. I primi film di Rosi - Camicie rosse (1952), La sfida (1958), I magliari (1959, dvd Medusa), Salvatore Giuliano (1962, dvd Fox), Le mani sulla città (1963) - sono in bianco e nero e le tv li trasmettono, se li trasmettono, in ore bislacche; Uomini contro (1970, dvd Minerva), Cadaveri eccellenti (1976, dvd Cde) e Cristo si è fermato a Eboli (1979, dvd Fox) sono a colori e avevano incassato bene all'epoca, ma oggi le tv li considerano opere «alte», cioè letali per gli ascolti.
Il premio che ieri a Fiesole è stato consegnato a Rosi da Bertrand Tavernier ripropone un cinema che ci manca. Rosi sa infatti fare buoni film «cattivi», schierati sempre, settari mai.
Signor Rosi, lei ha reclamato domande sulla sua estetica. Non le ha avute.
«Ormai da anni, ovunque vada, mi chiedono di Berlusconi, non dei miei film. Ma che c...o frega a me di Berlusconi?!».
Succede anche ai festival: i giornalisti, quando non sono critici, vedono nei registi degli opinionisti.
«È così. Non c’è voglia di documentarsi su un autore o un argomento. Si prende l’argomento del giorno e via con la domanda».
Raro che le chiedano della Terra trema, dove lei, con Zeffirelli, era aiuto di Visconti.
«A Visconti devo tutto, ma il mio stile - il ricorso agli attori non professionisti, per esempio - è piuttosto quello di Rossellini».
E Goffredo Alessandrini?
«Di Camicie rosse Alessandrini aveva girato gran parte delle scene: il mio intervento è servito a ultimare il film dopo la sua rottura con la Magnani, che era sua moglie. Ma lui non l’ho mai incontrato. Come autore posso dire che è stato un grande».
Lei ha collaborato anche con Raffaello Matarazzo. E lui com’era?
«Una persona molto intelligente. E molto attenta alla volontà della madre».
Visconti girò ad Acitrezza il film ispirato ai Malavoglia di Verga. Anche lei ha sempre girato nei posti «originali».
«Sì. Dove si sarebbe potuto girare la storia di Salvatore Giuliano se non nella parte di Sicilia dov’era vissuto? O quella degli abusi edilizi napoletani delle Mani sulla città se non a Napoli?».
Sacrosanto, ma pochi lo fanno. Per esempio, Tavernier che nel 1995 ha girato Capitan Conan realmente in Romania.
«Come io nel 1970 avevo girato Uomini contro, tratto da Un anno sull’altipiano di Lussu, su un monte alle spalle di Abbazia, in Istria».
Lei è autore per antonomasia di film «politici». Oggi le chiedevano perché non s’era ispirato alla strage di Bologna.
«Ho sempre preso tempo rispetto agli eventi che ho raccontato, almeno un decennio, tranne che per Cadaveri eccellenti, che però è tratto da Sciascia, anche se è vero che ne ho esplicitato le allusioni. Quanto al terrorismo... ».
... continui, prego.
«La sinistra, alla quale appartengo, ha a lungo voluto credere che fosse solo di destra! Ma il terrorismo era anche di sinistra. Perciò mi avrebbe ispirato più il caso Moro, dove sono emerse tante bugie».
Però non ha girato il film cui aveva pensato.
«Ne sono usciti altri quando la mia immagine della confusione non era chiara. Non si può esser confusi se si vuole raccontare la confusione».