Dalla Chiesa, 25 anni di bufale e sospetti

Nelle celebrazioni per il venticinquesimo anniversario dell’assassinio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, con corredo di fiction televisiva molto umana e familiare, fra tanta retorica e abbondanza di luoghi comuni, una cosa almeno ci è stata risparmiata, la rievocazione del merlo parlante del generale. Perchè 25 anni fa, all’indomani della tragica strage mafiosa, nel diluvio delle interviste e dei commenti e delle dichiarazioni e delle rivelazioni, anche questo fu detto, da parte di un cognato ingegnere del generale al procuratore capo della Repubblica: «Mio cognato teneva in prefettura un merlo parlante. E il merlo continuava ostinatamente a ripetere: “Cia Carlo, morirai”. Chi lo ha ammaestrato a recitare questa terribile minaccia?». La notizia fece il giro dei giornali e impressionò l’opinione pubblica più esposta e disposta al fascino del folclore tenebroso della mafia: c’era dunque una talpa della mafia in prefettura, addirittura nello stesso appartamento del prefetto, che aveva il compito di istruire il merlo a pronunciare e a ripetere quella frase allo scopo di terrorizzare il generale.
Lo stesso cognato del generale corresse e ridimensionò la notizia, nel senso che confermò che il merlo parlante c’era e diceva chiaramente «Ciao Carlo», ma poi aggiungeva un suono indistinto che solo l’ingegnere, evidentemente preda del tenebroso folklore, interpretava come «morirai», ma per tutti gli altri, e compreso il procuratore della Repubblica, restava un suono indistinto. Giustamente, quindi, nelle recenti rievocazioni la storia del merlo non è stata rievocata, ma meno giustificata è l’altra dimenticanza, quell’altra ben più tremenda bufala per cui il generale Dalla Chiesa, per colpire e processare Giulio Andreotti, fu infamato e ucciso due volte, la prima volta dalla mafia e successivamente dall’antimafia. Il primo ad inventare la bufala era stato il «pentito» Tommaso Buscetta, opportunamente «interrogato» da Luciano Violante, allora presidente della commissione parlamentare antimafia: la mafia, spiegò Buscetta agli allibiti e creduloni commissari dell’antimafia, non aveva nessun interesse ad ammazzare il generale, tirandosi addosso la reazione dello Stato. Il generale era stato, sì, ammazzato dalla mafia, ma per commissione, nell’interesse di Andreotti, e il suo assassinio era «intrecciato» con quello del giornalista Mino Pecorelli, per cui, appunto, Andreotti sarà processato come mandante.
La storia suggerita da Buscetta sarà così elaborata e perfezionata dagli inquirenti dell’antimafia: il generale Dalla Chiesa, all’epoca in cui dirigeva l’antiterrorismo, aveva fatto irruzione il 1° ottobre 1978, dopo l’assassinio di Aldo Moro, nel covo delle Brigate rosse di via Monte Nevoso a Milano, aveva arrestato i capi brigatisti e aveva trovato il memoriale scritto da Moro durante la prigionia. Ufficialmente, il generale aveva trovato nel covo di via Monte Nevoso soltanto il testo dattiloscritto del memoriale, quello di 50 pagine battuto a macchina dei brigatisti, e non quello manoscritto dallo stesso Moro, che sarà ritrovato nello stesso covo, nell’intercapedine di una finestra durante i lavori di ristrutturazione, ben dodici anni dopo, nel 1990, e che si componeva di circa 400 fogli. Ma la versione ufficiale non era vera, in realtà il generale aveva trovato tutte e due i memoriali, aveva però consegnato alla magistratura soltanto quello ridotto e dattiloscritto, e aveva tenuto per sé il testo completo manoscritto. E perché? Perché il testo completo e manoscritto conteneva gravissime accuse nei confronti di Andreotti e il generale se ne voleva servire per ricattare l’allora capo del Governo e avvantaggiarsene per la carriera. A tale scopo il generale si era servito del giornalista Mino Pecorelli e della sua rivista ricattatoria OP, che aveva cominciato a insinuare e ad anticipare qualcosa in proposito, minacciando di pubblicare tutto. Era stato a questo punto che Andreotti li aveva fatti ammazzare tutti e due dalla mafia, prima Pecorelli a Roma, poi Dalla Chiesa a Palermo...
L’infame e infamante ipotesi accusatoria, infamante per Andreotti ma anche per Dalla Chiesa, generale fellone e ricattatore, sarà portata avanti per anni, anche se Andreotti verrà rinviato a giudizio soltanto per l’omicidio di Pecorelli e i tribunali che si occuperanno dell’omicidio Dalla Chiesa troveranno, processeranno e condanneranno esecutori e mandanti, che non hanno niente a che fare con Andreotti. Ciò nonostante, gli inquirenti non cesseranno di coltivare e insistere sull’originaria ipotesi di Buscetta, al punto che, tra l’altro, porteranno a testimoniare contro Andreotti un tale maresciallo Incandela, che sarebbe stato incaricato da Dalla Chiesa di indagare in proposito tra i brigatisti nelle carceri, ed esibiranno persino la testimonianza della suocera del generale, che avrebbe raccolto le confidenze della figlia, la seconda moglie del generale, sul fatto che Dalla Chiesa custodiva nella cassaforte della prefettura di Palermo, il memoriale manoscritto di Moro, con cui «teneva in pugno» Andreotti. Memoriale che nella cassaforte non fu trovato, dopo la morte del generale, perché «qualcuno», forse la stessa talpa che istruiva il merlo, l’aveva sottratto per tempo.
Tutto crollò, ma dopo anni, quando al processo per l’assassinio di Pecorelli, gli avvocati di Andreotti dimostrarono che il memoriale manoscritto, che ormai era stato ritrovato, non conteneva niente di più contro Andreotti, e se mai qualcosa di meno di quanto non fosse già nel memoriale ridotto e dattiloscritto, conosciuto da tempo, appena dopo l’irruzione del generale in via Monte Nevoso, e di quanto reso pubblico proprio per decisione del governo Andreotti. Anzi si scoprì che Moro dal fondo della prigione brigatista se l’era presa anche di più con gli altri dirigenti della Dc: Paolo Emilio Taviani, che Moro chiama «il teppista di Stato»; Flaminio Piccoli, «insondabile come il suo amore che si risolve sempre in odio, costituzionalmente chiamato all’errore»; Benigno Zaccagnini, segretario del partito, «la sua pallida ombra, dolente senza dolore, preoccupato senza preoccupazione, appassionato senza passione, il peggiore segretario che abbia avuto la Dc» e Giovanni Galloni, «volto gesuitico, che sa tutto, ma sapendo tutto, nulla sa della vita e dell’amore»... Così Andreotti, che non aveva nulla da temere dalla pubblicazione del memoriale manoscritto, venne assolto per l’omicidio di Pecorelli e la memoria del generale Dalla Chiesa riscattata e riabilitata. Non valeva la pena nelle celebrazioni di questi giorni ricordare anche questa infamia tentata contro di loro e che doveva servire a condannare Andreotti, ma intanto uccideva per la seconda volta il generale Dalla Chiesa?