La Chiesa condanna: uccidere è una vendetta

«Giovanni Paolo II aveva cercato di evitare la guerra del Golfo. Le sue preoccupazioni di allora si sono rivelate profetiche. Bisogna lavorare per la pace»

da Roma

L’impiccagione di Saddam Hussein è «una notizia tragica» e c’è il rischio che l’esecuzione del raìs possa alimentare «lo spirito di vendetta» e seminare «nuova violenza».
È netto e chiarissimo il commento della Santa Sede alla notizia dell’uccisione dell’ex dittatore iracheno, giustiziato ieri. Padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa vaticana ha rilasciato questa dichiarazione: «Una esecuzione capitale è sempre una notizia tragica, motivo di tristezza, anche quando si tratta di una persona che si è resa colpevole di gravi delitti». «La posizione della Chiesa cattolica – contraria alla pena di morte – è stata più volte ribadita», ha spiegato Lombardi. «L’uccisione del colpevole – ha aggiunto – non è la via per ricostruire la giustizia e riconciliare la società. Vi è anzi il rischio che al contrario si alimenti lo spirito di vendetta e si semini nuova violenza».
«In questo tempo oscuro della vita del popolo iracheno – ha concluso il direttore della Sala Stampa della Santa Sede – non si può che auspicare che tutti i responsabili facciano veramente ogni sforzo perché in una situazione drammatica si aprano infine spiragli di riconciliazione e di pace».
Le parole di padre Lombardi sintetizzano dunque la posizione vaticana, contraria alla pena di morte. Nel nuovo Catechismo (n. 2267) si legge che «L’insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude, supposto il pieno accertamento dell’identità e della responsabilità del colpevole, il ricorso alla pena di morte, quando questa fosse l’unica via praticabile per difendere efficacemente dall’aggressore ingiusto la vita di esseri umani». Subito dopo però aggiunge che «a seguito delle possibilità di cui lo Stato dispone per reprimere efficacemente il crimine rendendo inoffensivo colui che l’ha commesso, senza togliergli definitivamente la possibilità di redimersi», oggi «i casi di assoluta necessità di soppressione del reo sono ormai molto rari, se non addirittura praticamente inesistenti».
Nell’enciclica «Evangelium vitae», pubblicata nel 1995, Papa Wojtyla annoverava «tra i segni di speranza la crescita, in molti strati dell’opinione pubblica, di una nuova sensibilità sempre più contraria alla guerra come strumento di soluzione dei conflitti tra i popoli» e una «sempre più diffusa avversione dell’opinione pubblica alla pena di morte anche solo come strumento di legittima difesa sociale, in considerazione delle possibilità di cui dispone una moderna società di reprimere efficacemente il crimine in modi che, mentre rendono inoffensivo colui che l’ha commesso, non gli tolgono definitivamente la possibilità di redimersi».
Ma nelle parole di padre Lombardi è contenuto anche un giudizio legato all’esplosiva situazione irachena. Giovanni Paolo II, nei primi mesi del 2003, aveva provato in tutti i modi di evitare l’inizio della guerra del Golfo, senza lasciare nulla di intentato. Pur non avendo il Vaticano alcuna simpatia per la dittatura di Saddam Hussein, il Pontefice e i suoi collaboratori temevano non soltanto le conseguenze tragiche per la popolazione civile ma anche la destabilizzazione dell’area. Incontrando un gruppo di giornalisti presso la nunziatura in Italia, in occasione dei festeggiamenti per il suo venticinquesimo anniversario di episcopato, l’allora Segretario di Stato, Angelo Sodano, aveva detto: «Noi lo ripetiamo ai nostri amici americani: ma vi conviene irritare un miliardo di musulmani? La lezione della guerra in Vietnam non vi invita alla prudenza? Proprio in ordine alla sicurezza occorre chiedersi quali siano i mezzi d’intervento migliori ai fini della concordia con il mondo islamico».
Parole che vennero allora giudicate con una certa sufficienza ma che purtroppo si riveleranno profetiche. Anche il presidente del Pontificio consiglio per la Giustizia e la Pace, l’arcivescovo Renato Raffaele Martino, era intervenuto più volte affermando che «con la guerra non si elimina il terrorismo» e mettendo in guardia dalle conseguenze disastrose e dallo spargimento di sangue «non solo per chi è colpito ma anche per chi colpisce». L’annunciata fine del conflitto, nell’aprile di quell’anno, era sembrata smentire queste preoccupazioni e questi appelli della vigilia, che si sono però, purtroppo, rivelati fondati.