CHIESA E SHOAH La «lista» del Vaticano Ebrei salvati in biblioteca

Ricostruito un elenco di israeliti assunti in archivio dalla Santa Sede negli anni ’30 e ’40

Sono quindici nomi che oggi, ai più, diranno poco o nulla. È un elenco che è stato ricostruito dalla studiosa austriaca Christine Grafinger e viene pubblicato per la prima volta nel libro La croce e la sinagoga. Ebrei e cristiani a confronto (Franco Angeli, pagg. 208, euro 20), scritto dal giornalista Giovan Battista Brunori: è la lista degli ebrei assunti con un contratto temporaneo di lavoro nella Biblioteca Apostolica Vaticana negli anni Trenta e Quaranta del ’900, l’ennesima testimonianza del fatto che, nonostante il grave pregiudizio antigiudaico che aveva accompagnato secoli di storia del cristianesimo, nel momento del bisogno la Santa Sede, così come molte altre istituzioni cattoliche, aveva aperto le porte ai perseguitati.
Questi alcuni dei nomi: Roberto Almagià (nato il 17 giugno 1884, ammesso come collaboratore scientifico nel 1942); Charlotte Busch (nata il 20 gennaio 1908, collaboratrice che ha realizzato un catalogo della Cappella Giulia negli anni 1941-1943); Umberto Cassuto (nato il 16 settembre 1883, ammesso come collaboratore il 1° gennaio 1933, partito per Gerusalemme nell’agosto 1939); Anna Maria Enriques Agnoletti (nata il 14 luglio 1907, collaboratrice scientifica dal 20 giugno 1939 fino al 12 giugno 1944); Jacob Hess (nato il 6 luglio 1885, ammesso come collaboratore il 1° agosto 1934, partito per Londra nel maggio 1939); Georg Stefan Kuttner (nato il 24 marzo 1907, ammesso come collaboratore il 1° aprile 1934, partito per Lisbona con un passaporto vaticano il 29 maggio 1940); Giorgio Levi della Vida (nato il 22 luglio 1886, ammesso come collaboratore il 16 novembre 1931, partito per l’America nel settembre 1939). Oltre a questi collaboratori a contratto, Giovanni Mercati, allora cardinale Bibliotecario di Santa Romana Chiesa, sostenne altri ricercatori ebrei: Marc Bloch, Giorgio Falco, Herbert Jedin, Paul Oskar Kristeller, Gerhard B. Ladner, Friedrich Walter Lenz, Alexander Turyn e Richard Walzer.
Spiega l’autore del libro: «Erano tutti ebrei che hanno lavorato nella Biblioteca vaticana, che hanno avuto un contratto proprio in quel periodo. Si tratta di persone fatte entrare e facilitate per proteggerle. Non è un caso se qualcuno di questi ha potuto lasciare l’Italia con un passaporto vaticano. Alcuni sono stati assunti prima delle leggi razziali, quando però già si capiva che l’aria stava cambiando». Certo, questi quindici nomi rappresentano una goccia, soltanto una piccola goccia nell’oceano di vittime sterminate nella Shoah. Ma testimoniano di quale fosse l’atteggiamento della Santa Sede. «Gli storici devono poter fare il loro mestiere con calma e c’è ancora molto da studiare – continua Giovan Battista Brunori – ma quello che è certo è che Pio XII non è mai stato “il Papa di Hitler”. Anche se la grande svolta nei rapporti tra cristiani ed ebrei arriva con il Concilio Vaticano II, non dobbiamo dimenticare la significativa opera umanitaria messa in atto dalla Chiesa in favore dei perseguitati: soltanto a Roma nei conventi furono salvati quattromila ebrei. E anche se vi furono casi di abusi e di pressioni per favorire la loro conversione, questi non dovrebbero mai oscurare il tanto bene che è stato fatto. Nessun’altra istituzione si è prodigata così tanto e concretamente come il Vaticano in favore dei perseguitati».
Nel libro di Brunori, che sarà presentato lunedì 20 giugno alle 17 nella sede della Stampa Estera di Roma, viene approfondito lo stato attuale del dialogo ebraico-cristiano, grazie alle interviste con illustri personalità appartenenti alle due fedi. E sono riportate anche le parole di padre Innocenzo Gargano, priore del monastero camaldolese di San Gregorio al Celio a Roma, il quale afferma che l’azione di aiuto in favore degli ebrei perseguitati è avvenuta – contrariamente a quanto dicono oggi i detrattori di Pio XII – con il consenso e per impulso del Vaticano. «C’è stato un ordine preciso – spiega il religioso – un orientamento preciso che veniva dalla Segreteria di Stato... Non ho documentazione per dire che si trattasse di un ordine scritto, però posso confermare che anche a San Gregorio al Celio, come presso le nostre monache camaldolesi all’Aventino, i monaci e le monache furono avvicinati da rappresentanti della Segreteria di Stato, con i buoni uffici di alcuni padri gesuiti di Civiltà Cattolica, perché accogliessero più ebrei possibile all’interno della propria comunità. Quindi non è stato un impulso spontaneistico della base. Ci sono stati anche episodi di questo genere, ma qui a Roma – conclude il religioso – ci fu un orientamento preciso che veniva da livelli molto alti».
Un «orientamento preciso» che oggi, nonostante le tante testimonianze e attestazioni, una certa pubblicistica tenta di occultare, sostenendo che quanti agirono, lo fecero all’insaputa di Papa Pacelli. «Non ho visto nessun documento al riguardo – spiega in un passaggio del libro di Brunori il cardinale Jorge Mejía, Bibliotecario emerito di Santa Romana Chiesa – ma posso dire che queste cose non si potevano fare senza un intervento del Vicariato di Roma e naturalmente del Santo Padre; tanto più in quella situazione di estrema drammaticità non si poteva dire “io faccio per conto mio”: forse qualcuno lo avrà anche fatto ma il contesto richiedeva che il cardinale Vicario di Roma o i superiori religiosi informassero il Papa. D’altronde lui dava l’esempio perché molti si rifugiavano proprio in Vaticano».

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