La Chiesa milanese conosceva i segreti delle Br

Nei giorni del sequestro, un informatore aveva svelato a padre David
Maria Turoldo che i terroristi erano indecisi sull’esito finale del "processo" a Moro. Le rivelazioni contenute in un saggio in uscita a trent’anni dal rapimento dello statista democristiano

Roma - Il vescovo Luigi Bettazzi voleva offrirsi in ostaggio ai brigatisti, in cambio di Aldo Moro. Ma la Segreteria di Stato di Paolo VI lo invitò a lasciar perdere: «Ha già fatto tanto il Papa, non occorre esporsi di più». Emergono nuovi retroscena sul ruolo avuto delle autorità ecclesiastiche nei terribili giorni del sequestro Moro. Li ha descritti la giornalista Annachiara Valle nel libro Parole, opere e omissioni. La Chiesa nell’Italia degli anni di piombo (Rizzoli, pp. 268, 17 euro), in libreria dal 19 marzo, del quale anticipa oggi un capitolo il settimanale Famiglia Cristiana.

La mattina del 3 maggio 1978, sei giorni prima che Moro fosse assassinato dai terroristi che lo avevano sequestrato massacrando gli uomini della scorta, il vescovo di Ivrea Luigi Bettazzi, presidente di Pax Christi, aveva varcato il Portone di bronzo per recarsi in Segreteria di Stato. Stava per incontrare Giuseppe Caprio, Sostituto della Segreteria di Stato, per presentargli una proposta concordata con altri due presuli italiani, Alberto Ablondi, vescovo di Livorno, e Clemente Riva, vescovo ausiliare di Roma. Bettazzi disse a Caprio: «Ci muoveremo noi, in prima persona. Ma vorremmo che il Vaticano ci desse il via libera». Sulla proposta di offrirsi ostaggio, però, la Segreteria di Stato fu irremovibile. Secondo quanto riferito da Bettazzi, Caprio rispose: «Non vede che stiamo finendo in braccio ai comunisti? Ha già fatto troppo il Papa, non occorre fare di più. Non c’è nulla da fare. È meglio che muoia un uomo solo piuttosto che tutta la nazione perisca... Ora che è venuto e che ha chiesto il nostro parere, le proibiamo di offrirsi in ostaggio». «Posso dire, oggi – spiega lo stesso Bettazzi – che il modo in cui è stato trattato il sequestro di Moro, può essere interpretato come una “lezione” che si voleva dare a chi voleva inserire le “sinistre” nei gangli del potere. L’onorevole Moro anticipava troppo i tempi e per questo bisognava lasciarlo morire».

La novità più interessante nel capitolo del libro dedicato al ruolo della Chiesa in quei giorni riguarda i contatti e le informazioni che arrivavano sul dibattito interno alle stesse Brigate rosse. «L’iniziativa di Bettazzi non era un colpo di testa. Tutt’altro. L’intervento dei tre vescovi era stato preparato dai padri della Corsia dei Servi, a Milano. Dopo averne discusso a lungo con padre David Maria Turoldo, Camillo De Piaz, suo confratello, aveva alzato il telefono: “C’è da fare qualcosa - aveva detto parlando prima con monsignor Ablondi e poi con monsignor Riva -. I vescovi non possono stare a guardare. Moro deve essere salvato”. Padre Camillo sapeva che bisognava offrire qualche spiraglio alle Br se si voleva ottenere la liberazione».

Padre De Piaz, oggi novantenne, rivela: «Non posso fare i nomi, ma posso dire che eravamo in contatto con persone che potevano dirci cosa stava avvenendo all’interno delle Br e sapevano che i brigatisti erano in disaccordo sulla decisione finale».

Secondo la giornalista c’erano molti collaboratori di Paolo VI in Vaticano perfettamente sintonizzati con quanti avevano «da sempre avversato il progetto politico di Aldo Moro». Mentre Papa Montini, isolato, era invece tra quelli che «vorrebbero la trattativa». È noto che Paolo VI, amico di lunga data di Moro, aveva cercato in tutti i modi di aiutarlo. Erano stati allertati i cappellani delle carceri perché cercassero informazioni utili e il Vaticano era pronto a pagare un riscatto di 10 miliardi. Certo, la testimonianza di Bettazzi tende ad accreditare l’esistenza di una Curia «cattiva», che riteneva Moro colpevole dell’apertura al Pci e non voleva liberarlo come invece cercava di fare Papa Montini. Va ricordato però che la cosiddetta «linea della fermezza» era appoggiata non soltanto dalla Dc, ma dal Pci guidato da Enrico Berlinguer. Così come va ricordato che la famosa «Lettera agli uomini delle Brigate rosse», contenente la famosa richiesta di liberare Moro «senza condizioni», che agli occhi dei brigatisti e dello stesso ostaggio sembrò chiudere alla possibilità di una trattativa, venne vergata interamente di proprio di pugno dal Papa, come ha rivelato il suo segretario, monsignor Macchi.
Quell’esperienza fu terribile per Paolo VI. La indaga, in un intenso volume appena pubblicato, che ha i tempi dell’opera teatrale, lo scrittore Ferruccio Parazzoli. (Adesso viene la notte, Mondadori, pp. 128, euro 13). La tragica vicenda del rapimento dello statista viene letta attraverso la coraggiosa denuncia che lo stesso Pontefice aveva fatto sulla presenza del diavolo nella società e anche nella Chiesa, definendolo «un essere oscuro e conturbante che semina errori e sventure nella storia umana».