Chiesa nel mirino della lobby degli avvocati Usa

Rino Cammilleri

Il doveroso filoamericanismo non deve farci dimenticare che le nostre radici sono leggermente diverse dalle loro, né che il liberismo non può coincidere con un’avidità spregiudicata e predatoria. Spieghiamoci meglio. Il fatto inaudito di ben tre presidenti statunitensi inginocchiati davanti al feretro di Giovanni Paolo II non può far scordare che una larga parte dell’opinione pubblica americana è antipapista per ragioni storiche (da qui il clamoroso successo, soprattutto americano, del Codice da Vinci). Né che negli Usa esistono sciami di avvocaticchi i quali, diversamente che da noi, non prendono onorario a piè di lista comunque vada la causa ma propongono il pacchetto «paghi se vinciamo» a clienti non di rado convinti solo dalla petulanza di neolaureati affamati di denaro. Questi ultimi stazionano negli androni dei Pronto soccorso e delle stazioni di polizia a caccia di incidenti stradali o di guarigioni imperfette per avventarsi su medici, assicurazioni e multinazionali del tabacco, bersagli privilegiati di chi voglia fare tanti soldi e subito. Negli anni Novanta la gallina dalle uova d’oro era la Chiesa cattolica, le cui diocesi americane sono state portate sull’orlo della bancarotta con centinaia di cause per presunti abusi sessuali compiuti da preti cattolici nelle loro scuole. La cosa, accompagnata allo spasimo dalla grancassa massmediatica, ha portato in galera alcuni sacerdoti, addirittura al suicidio altri, sul lastrico per risarcimenti intere diocesi e un significativo calo nelle iscrizioni alle scuole cattoliche, la cui immagine era stata notevolmente compromessa.
Si arrivò al grottesco di signori di mezz’età che improvvisamente si sovvenivano di abusi sessuali subiti da bambini o di adulti pescati in flagranza di depravazione che attribuivano il loro comportamento a traumi infantili non rimossi dovuti ad atti di pedofilia di cui erano stati vittime. I media riuscirono a sollevare un’ondata di indignazione che costrinse il pontefice Giovanni Paolo II a prendere personalmente in mano la pratica. Né la cosa finì là, perché partì una campagna mediatica volta a forzare la mano al papa affinchè rimuovesse quei vescovi che, secondo i detrattori, avrebbero a suo tempo cercato di far insabbiare le cose e coprire gli scandali. Ora, risarciti i risarcibili e puniti i responsabili, il filone si è praticamente esaurito. Così, le lobby dei legali americani stanno cercando di far pressione sui governi dei vari stati perché vengano introdotte delle deroghe speciali riguardo agli abusi sessuali sui limiti temporali che le varie legislazioni prescrivono per la denunciabilità di un fatto o la sua discussione in giudizio.
È quanto sta dicendo l’arcivescovo di Denver nel Colorado, Charles Caput. In un articolo pubblicato sulla rivista First Things e riportato dall’agenzia Zenit ha puntato il dito sulle pressioni mediatiche che in più di dodici stati stanno insistendo perché gli avvocati possano trattare cause su abusi sessuali avvenuti addirittura settanta anni fa. La riapertura di casi archiviati e, secondo le leggi correnti, ormai prescritti porterebbe a situazioni di stallo semiperpetuo (per esempio, un ottantenne che accampasse abusi infantili dove troverebbe testimoni e riscontri?) che avvantaggerebbe solo gli avvocati, lasciando libero campo alla loro capacità di cavar denaro alle diocesi. Perché all’inizio abbiamo richiamato il pregiudizio anticattolico? Perché, come denuncia l’arcivescovo Caput, le scuole pubbliche, pur registrando tassi di abuso anche più alti, sono praticamente sempre state immuni da denunce e azioni legali.
Se le pressioni lobbystiche sui parlamenti dovessero avere successo, la vera vittima sarebbe solo la certezza del diritto, nonché la giustizia, che deve poter essere celere e non, come stigmatizza Caput, «una cosa da banditori d’asta». In più, il lucroso affare rischia di compromettere nelle scuole cattoliche il «diritto di portare avanti la loro missione di servire gli altri e di essere protette da giudizi predatori volti a distruggere le loro risorse e la loro identità».