La Chiesa non fa politica: aiuta i politici a non peccare

Esce oggi (lunedì 27) in libreria il testo dell’enciclica di Benedetto XVI «Deus caritas est» commentata dal cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia (Cantagalli editore, pp. 168, 11,50 euro). Anticipiamo un brano dedicato alla politica secondo la Chiesa.

Nel solco della più sana tradizione della dottrina cattolica, l'Enciclica «ridona» alla politica tutta la sua dignità. Essa, infatti, ha come scopo il giusto ordine della società. È nota la radicalità che l’espressione giusto ordine ha nella tradizione del pensiero cristiano. Il Papa ricorda in proposito la durissima espressione di Agostino: «Se non è rispettata la giustizia, che cosa sono gli Stati se non delle grandi bande di ladri?». Il Santo Padre però, con grande realismo, non dimentica che la politica è un'attività dell'uomo, la cui libertà non è soltanto limitata e storicamente situata, ma anche concretamente ferita dal peccato. E così l'incontro con Gesù Cristo, la fede vissuta nella comunità ecclesiale, viene offerta all'uomo come strada e forza di purificazione. Compare qui di nuovo il vocabolo utilizzato più volte dal Papa nella prima parte dell'Enciclica. Di questa purificazione non ha bisogno solo l’amore interpersonale (eros-agape), ma anche quello sociale (giustizia-carità). Si crea così una significativa corrispondenza tra eros ed agape da una parte e giustizia e carità dall’altra. (...) Non si dà amore pieno (caritas) che non riguardi simultaneamente la dimensione personale e sociale dell’umana esistenza. Si documenta in tal modo la rilevanza antropologica e sociale della fede: «In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo» (Gaudium et spes, 22). La fede viene incontro all'uomo per sviluppare compiutamente la ragione. La pienezza del «giusto» si trova nella carità. La carità non assorbe la giustizia, come la fede non surroga la ragione. Così la Chiesa collabora e sostiene la politica, ma non la sostituisce. È un servizio che la Chiesa rende in permanenza agli uomini di ogni generazione, che non si può considerare svolto o compiuto una volta per tutte. Non si tratta, infatti, di formulare una teoria, per poi applicarla alla realtà. Ogni tentazione utopica è battuta in breccia. Al contrario, seguendo criticamente i processi storici, gli uomini sono chiamati a ripensare, di volta in volta, il giusto ordine della società. Per questa ragione, non c'è epoca storica che possa prescindere dalla necessaria purificazione della inevitabile ideologia.
A queste affermazioni il Papa aggiunge poi due considerazioni di notevole importanza. Da una parte richiama uno dei principi basilari della dottrina sociale della Chiesa: il principio di sussidiarietà. Esso mette in evidenza il primato della persona e dei corpi intermedi nella vita della società, al servizio dei quali debbono porsi le istituzioni statuali. L'equazione vita politica-stato non è assolutamente ammissibile.
Dall'altra il Papa aiuta a comprendere che c'è un livello del servizio della carità che riguarda specificamente l'amore e non è riducibile all'ordine sempre contingente di una società giusta. «Non c’è nessun ordinamento statale giusto che possa rendere superfluo il servizio dell’amore». Come la prima parte dell’Enciclica illustra accuratamente, l'urgenza di essere amato, di essere riconosciuto nella propria dignità è irrinunciabile per ogni uomo e diventa dovere imprescindibile per ogni altro, in particolare per chi riveste una qualche autorità. Il servizio della carità, in questo modo, mette in evidenza ciò che è specificamente umano ed esalta il necessario ordine di giustizia. Con una bella espressione di Paolo VI, possiamo dire che il Papa mostra ancora una volta come la Chiesa sia esperta in umanità.
* Cardinale patriarca di Venezia