Al via la Chiesa del prossimo decennio

Nella relazione iniziale il cardinale Tettamanzi rilancia il Concilio Vaticano II e i messaggi ottimistici di Paolo VI

Andrea Tornielli

Nostro inviato a Verona

«Vengono in mente le parole della Lettera a Diogneto, che agli inizi del II sec. d. C. descriveva così i cristiani: “amano tutti, eppure da tutti sono perseguitati. Non sono conosciuti, eppure sono condannati… Sono poveri, eppure rendono ricchi molti; sono privi di tutto, eppure abbondano in tutto; sono disprezzati, eppure nel disprezzo sono glorificati; sono calunniati, eppure sono giustificati. Insultati benedicono; offesi, rendono onore. Fanno il bene, e sono castigati come malfattori; castigati, si rallegrano come se rivedessero la vita”». Con queste parole, che ben s’adattano ai recenti fatti internazionali di cronaca e di martirio, il vescovo di Verona, Flavio Roberto Carraro, ha aperto ieri il quarto convegno della Chiesa italiana.
Gli «stati generali» della Chiesa italiana si aprono orfani, a causa della morte del vescovo di Monreale, Cataldo Naro, che ne era stato animatore, e dell’assenza del segretario generale della Cei, Giuseppe Betori, che ne era l’anima pensante e organizzativa e che ora sta trascorrendo un periodo di lunga convalescenza dopo un intervento per un aneurisma al cervello. I precedenti convegni, ricchi di spunti originali ma anche di polemiche, si erano svolti rispettivamente a Roma (1976), Loreto (1985) e Palermo (1995). Il convegno di Verona, che per dimensioni si annuncia imponente (anche se ieri i ranghi non erano certo al completo), con i suoi 2.700 delegati: la sfida che si propone è quella far tornare i cattolici ad essere «testimoni di speranza» nel contesto italiano. Proprio per questo, il convegno si è aperto con l’invocazione delle figure di beati e santi e a ogni diocesi è stato chiesto di presentarne uno.
La kermesse avrà il suo momento clou giovedì, con l’arrivo del Papa, che parlerà ai convegnisti e nel pomeriggio celebrerà la messa allo stadio, alla presenza del premier Prodi e – con tutta probabilità – del capo dell’opposizione Silvio Berlusconi. Ieri, nel corso di una suggestiva cerimonia che si è tenuta all’Arena, la relazione iniziale è stata svolta dal cardinale Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano, che ha voluto rilanciare l’ottimismo del Concilio vaticano II, ricordando le parole con le quali Paolo VI lo difendeva dall’accusa di «un tollerante e soverchio relativismo al mondo esteriore». Tettamanzi ha quindi citato altre frasi di Papa Montini sottolineando come oggi servano «incoraggianti rimedi» e «messaggi di fiducia» invece di «deprimenti diagnosi» e «funesti presagi». Quasi una critica velata a una Chiesa che denuncia ma non testimonia, che condanna ma non propone. Così come significativa è la citazione finale di Sant’Ignazio di Antiochia, che suona come una presa di distanze dall’uso «politico» della fede: «È meglio essere cristiano senza dirlo, che proclamarlo senza esserlo».
L’arcivescovo, inoltre, non ha mancato di notare come vi sia ormai «il contesto di un’interruzione o di un rallentamento dei canali ecclesiali classici di trasmissione della fede, come la famiglia, la scuola, la stessa comunità cristiana». Come a dire che ormai esiste una crisi di credibilità della Chiesa proprio per quanto riguarda ciò che dovrebbe essere il suo specifico, cioè l’annuncio cristiano. Lo ammetteva lo stesso monsignor Naro, nell’ultima intervista concessa al quotidiano La Sicilia e pubblicata postuma: «È su questo piano che mi pare di notare - diceva - un’erosione lenta ma costante del consenso attorno alla Chiesa».
Tettamanzi ha pure parlato della necessità di «sviluppare una più ampia e profonda opera formativa dei laici» riconoscendo il loro ruolo e il loro compito. C’è però anche chi ritiene che in realtà oggi, nella Chiesa italiana, ci sia il rischio della rinascita di un certo clericalismo. È il caso del libro «Chiesa padrona» (Piemme) scritto dal giornalista del quotidiano cattolico Avvenire Roberto Beretta (non presente nella pur fornitissima libreria del convegno). Beretta, nel libro, denuncia la mancanza di un dibattito vero e il rischio del «centralismo» e dell’«uniformità», della mancanza di effettiva «libertà di critica» all’interno degli stessi media cattolici. È destinata invece a rimanere sullo sfondo del convegno, la domanda sulla successione a Ruini. La malattia di Betori farà probabilmente slittare la designazione del nuovo presidente della Cei alla prossima primavera.