Chiesti 40 anni di carcere per l’aguzzino dei khmer rossi

Phnom PenhUna pena equivalente all’ergastolo pende sul capo di Kaing Guek Eav, 67 anni, conosciuto anche come «il compagno Duch». Il procuratore del tribunale sotto l’egida dell’Onu ha formulato la richiesta a 40 anni di carcere per l’ex aguzzino del carcere di Tuol Sleng che, se condannato, diventerebbe il primo khmer rosso riconosciuto responsabile di un ruolo nel genocidio cambogiano, costato 1,7 milioni di morti. Una responsabilità che l’imputato ha riconosciuto anche ieri nell’aula del tribunale a Phnom Penh, ribadendo tuttavia di non aver avuto altra scelta, altrimenti sarebbe stato ucciso.
Nel carcere diretto da Duch, chiamato anche S-21, oltre 15 mila persone subirono orrende sofferenze prima di essere giustiziate. È accusato di «crimini contro l’umanità, messa in stato di schiavitù, tortura, abusi sessuali e altri atti inumani». Ci si attendeva una richiesta di ergastolo, ma i procuratori - ricordando la sua «brutalità inesorabile» nella gestione della prigione - hanno citato la sua «parziale» cooperazione e i quasi dieci anni di detenzione già scontati tra i fattori che «inducono a commutare la pena». La sentenza è prevista per il prossimo marzo: le decisioni della corte di primo grado, composta da tre giudici cambogiani e due stranieri, devono essere prese con il consenso di almeno quattro membri.
Dopo aver ascoltato in silenzio l’intervento finale dei procuratori, Duch si è rivolto al resto dell’aula - dove presenziavano anche i pochi sopravvissuti di Tuol Sleng e decine di parenti delle vittime - esprimendo il suo «rimorso lancinante», e chiedendo per l’ennesima volta perdono «all’intera popolazione cambogiana». Tuttavia, continuando una linea difensiva che ha portato il suo legale a definirlo «un capro espiatorio», l’ex professore di matematica - che aveva già negato di aver ucciso o torturato di persona - ha aggiunto di essere stato «un ingranaggio della macchina di un’organizzazione criminale», di cui applicava gli ordini con riluttanza e pensando alla sua famiglia. Una versione contestata dagli oltre 70 testimoni al processo, che hanno descritto la ferocia e il sadismo di Duch negli interrogatori.
A trent’anni di distanza, Duch appare comunque un uomo cambiato. Dopo essere stato identificato da un giornalista britannico nel 1999, mentre lavorava per un’organizzazione umanitaria nella giungla cambogiana, si consegnò spontaneamente alla giustizia; tre anni prima si era convertito al cristianesimo.