Chiesto di più che per l’oro degli ebrei

Berlusconi e la Fininvest sono peggio dei nazisti. Il risarcimento che devono a De Benedetti è superiore a quello che le Banche svizzere colluse con Hitler e i suoi gerarchi hanno riconosciuto a 31mila vittime dei lager. Un botto che ha fatto tremare le casseforti di Ubs e Credit Suisse, rischia di replicarsi in casa Fininvest. Ma chi legge, a questo punto, deve avere un po’ di pazienza e seguire il filo di un ragionamento giudiziario. Fatto semplificando le vicende, ma rendendo il senso di ciò che è avvenuto.
Tutto nasce da una sentenza della sezione penale della Cassazione che ha condannato Previti e il giudice Metta per il cosiddetto lodo Mondadori, con cui Berlusconi e alleati conquistarono Segrate. Quella sentenza fa stato, come si dice. È diventata legge. Poco importa come ci si arrivò. E nulla interessa che Berlusconi e Fininvest (che per la verità non fu mai davvero coinvolta) ne uscirono senza alcuna condanna: prima il presidente del Consiglio fu assolto dal gup e poi prescritto. Giova ricordare che il gup proprio agli esordi di quel processo assolse nel merito Berlusconi liquidando le accuse della Boccassini come «semplici sospetti». Il punto è che nel processo decisivo davanti alla Cassazione i due condannati di oggi - Fininvest e indirettamente Berlusconi - non si sono potuti difendere, non hanno mai toccato palla, per il semplice motivo che sono stati ritenuti, per un motivo o per l’altro, non coinvolgibili nella vicenda.
Ma andiamo avanti: la Cassazione ritiene che sia stata comprata la sentenza da parte di Previti con la complicità di Metta (e non degli altri due giudici che componevano il collegio, ma questo poco rileva evidentemente). Forti di questa sentenza, gli uomini di De Benedetti cosa pensano? Chiediamo un conseguente risarcimento danni a chi è stato condannato. Eh sì, ma Fininvest e Berlusconi sono tecnicamente fuori dal discorso. Semmai il risarcimento potevano chiederlo ai (ci rendiamo conto) meno danarosi Previti e Metta. E in via subordinata allo Stato, che avrebbe dovuto rappresentare il giudice Metta. Niente di tutto questo avviene. De Benedetti, l’ingegnere senza macchia, del crac Ambrosiano e delle stampanti postali, ha bene in mente il suo obiettivo: Silvio Berlusconi e la sua Fininvest. È a loro che chiede il risarcimento derivante da una sentenza che non riguarda loro. Vi sembrerà strano, ma è così. Anzi mettiamola giù più semplice. Il giudice penale condanna per un reato due imputati. E il giudice civile condanna al risarcimento un terzo, che dal reato iniziale è tenuto fuori. C’è una contraddizione logica. E soprattutto politica. Il magistrato civile si arroga il diritto a condannare colui che il magistrato penale non era riuscito a incastrare.
Ma non basta. Entriamo, per quanto si possa, nel merito. Il giudice civile è ben sicuro del fatto suo. Ritiene congrua la cifra di 750 milioni a cui aggiungere i danni morali, in virtù di una sua valutazione tanto personale che non richiede neanche uno straccio di perizia. In Italia anche se ti fanno un’esecuzione su un fondo, nominano un tecnico. Qui ballano 1500 miliardi delle vecchie lire e il giudice fa tutto da sé. Sia chiaro non aveva alcun obbligo, ma forse una prudenza di controllo successivo, quando si rischia di cestinare un gruppo editoriale. Inoltre non è irrilevante che il risarcimento non è dovuto al fatto che Berlusconi si sarebbe appropriato di Mondadori grazie alla corruzione di un giudice, come si dice in giro. E no. Il risarcimento è giustificato da un principio molto più sottile. A De Benedetti è stata negata la chance di conquistare Mondadori. E cioè non è detto che ci sarebbe riuscito, non è detto che la sentenza cosiddetta corrotta sia necessariamente sbagliata. Vi è bensì un’alea, una possibilità, una chance appunto. Che vale 750 milioni di euro. Se domani vi dovessero rubare un biglietto della lotteria, fate causa civile al ladro. Se trovate un giudice a Milano, lo condanneranno a pagarvi un risarcimento pari all’intero ammontare del primo premio. Anche se il vostro biglietto era perdente.