Il Chievo ritorna quartiere finita la favola della serie A

Quella storia della favola l’hanno sofferta. Così tanto da mandare in controtendenza quello sbuffo d’ironia che campeggiava sugli striscioni ed era diventato uno spot di successo. «No ghe penso... però me godo». Godevano, godevano per la serie A, per il ritrovarsi davanti a Milan, Inter e Juve in una volta sola, per la coppa Uefa e i preliminari di Champions, per i loro mussi, che poi vuol dire asini, diventati cavalli di razza. «Ma tutto questo non era favola, era realtà», Marco Pacione, ex centravanti della Juve, vive da dodici anni la... realtà del Chievo ed interpreta il malessere di una storia.
Oggi il Chievoverona è tornato alle origini: riportato da Gigi Del Neri, un altro che pensava alle favole interpretando la realtà, come se certe storie non avessero mai fine. Come se la minestra riscaldata nel calcio non fosse mai stata sinonimo di danni. È tornato a Verona dopo aver girovagato in Italia ed Europa senza fortuna. Ha preso la squadra con un sol punto in classifica dopo sei giornate, ma questo era il Chievo che, per la prima volta, aveva messo il muso nei preliminari della Champions. «Ed è passato da un estremo all’altro», commento e sintesi di Giovanni Sartori, architetto del godimento veronese.
Negli anni il Chievo s’è conquistato lo scudetto della squadra simpatia. E quello non lo ha perso mai. È arrivato a raddoppiare gli abbonati, ma quest’anno i conti si sono dimezzati: forse un segno del destino. Erano quasi cinquemila all’inizio, al secondo anno di serie A sono diventati diecimila. Quest’anno, il sesto della serie, erano 4221, quasi il doppio degli abitanti del quartiere di Verona diventato vessillo del calcio pane, amore e fantasia. Domenica i suoi tifosi non hanno perso l’orgoglio e neppure l’animo di chi accetta la legge dello sport. Hanno applaudito i calciatori del Catania che avevano rovinato un piccolo record: essere mai retrocessi in B, come solo Inter e Parma. Certo, sospetti e dubbi, ingiustizie e furbate dell’ultima giornata potevano indurre alla tentazione. Com’è capitato a Franco Semioli che si è lasciato sfuggire il pensiero di tanti. «Certi risultati erano già scritti». E il procuratore federale ha aperto un’inchiesta. Come se ci volesse un’inchiesta per capire.
Però la retrocessione non è solo colpa altrui. Il Chievo piange la sua parte. I tifosi non hanno mai tradito, i calciatori e gli allenatori qualche volta. Anche quest’anno: campagna acquisti non proprio centrata, un portiere da mettere i brividi, Del Neri in vena di far danni, la cessione di Amauri è stato il primo campanello d’allarme. Ma il Chievo aveva abituato tutti ai miracoli. Con i Lanna e i D’Anna ha raccontato una storia. Con Corradi e Corini, con Barzagli e Perrotta, con Legrottaglie e Barone, Amauri e Semioli ci ha spiegato l’occhio lungo dei suoi dirigenti: tre campioni del mondo nell’album di famiglia sono un bel fiore. Con Luciano, che prima si chiamava Eriberto e sulla cui età nessuno può giurare, ha fatto divertire tutti: nel bene e nel male.
Poi c’è quel presidente che fa il tifo per l’Inter e soffre per il Chievo, spuntato da un fumetto, capace di vendere panettoni e pandoro come comprare giocatori da invidia. Eppure proprio il lento e inesorabile defilarsi di Luigi Campedelli, quel silenzio ostinato, quel diventare etereo, sono stati segnali che il Chievo stava sfiorendo. E con esso la sua genuinità, inquinata da silenzi stampa ed altre trovate che solo il pallone coltiva. Ieri sopra il cielo di Verona c’era il grigio delle nuvole, il giallo blu pieno d’allegria dei mussi volanti si è scolorito. La favola è sparita, la realtà torna al passato.