La chimera democratica

Il partito democratico tanto caro a Romano Prodi non è solo rimasto ai blocchi di partenza prima delle elezioni ma è probabile che resterà una chimera anche dopo il 9 aprile. Lo hanno dichiarato esplicitamente i responsabili dei Ds e della Margherita togliendo ogni illusione a quel gruppo in prevalenza intellettuale che da tempo scommette sul progetto.
Per conto mio penso che un partito democratico riformatore sarebbe utile al centrosinistra italiano, così come lo sarebbe una forza unitaria di stampo liberalconservatore nel centrodestra per dare alla politica italiana un sapore europeo fuori dai vecchi ideologismi e tradizionalismi. Ma la realtà è diversa dalle speranze e dai sogni. Un partito democratico non può nascere a sinistra dal dibattito tra alcuni sia pur valenti intellettuali, né dalle intenzioni di pur potenti sponsor come l'ingegnere Carlo De Benedetti, propostosi come tessera numero uno.
Per fare un partito, anzi per costruire una forza politica nuova, unificante e indenne dai vizi delle sinistre ideologiche di ascendenza comunista e delle sinistre tecnocratico-sociali di matrice democristiana servono a poco le esortazioni dell'establishment economico-finanziario e gli appoggi della grande stampa quotidiana. Non è un caso che per i giornali, i finanzieri e gli imprenditori Bettino Craxi parlava di «poteri irresponsabili», di forze cioè che non contano sul consenso popolare né ad esso rispondono.
L'impossibilità che si formi un partito democratico deriva innanzitutto dalla natura delle forze politiche che dovrebbero fare da levatrici. Anche se ne avessero la volontà, cosa di cui c'è da dubitare, i diessini portano con sé un tale spirito di continuità con l'esperienza comunista che, dopo tre lustri dalla fine dell'Urss, non si è verificata alcuna vera frattura con il passato nel modo di pensare e di agire dei dirigenti e nei comportamenti di massa dei militanti.
Sono proprio due autorevoli editorialisti di quotidiani simpatetici del partito democratico ad introdurre ancora altri argomenti circa l'impraticabilità del progetto democratico. Eugenio Scalfari dalla sua Repubblica ha opportunamente ricordato, sulla scorta di Pareto e Michels, che gli aggregati politici storici sviluppano un tale spirito di appartenenza da distruggere qualsiasi corpo estraneo con cui entrano a contatto. E l’identificazione con la tradizione comunista e post comunista è tra le più forti della storia dell'Italia repubblicana. A sua volta Angelo Panebianco, dalla prima del Corriere della Sera, ha dato una sola chance al futuribile Partito democratico: il completo annullamento dei soggetti politici, in particolare dei Ds, che dovrebbero costituirlo a favore di una ripartenza completamente nuova basata su singole individualità. Cosa che, evidentemente, è pura astrazione.
Ma v'è una ragione specifica che impedisce di prevedere un futuro per il partito democratico: ed è Romano Prodi. Il capo dell'Unione, a cui la sinistra ha affidato la campagna elettorale, non ha quel carisma da vero leader che consente di compiere miracoli, né la stoffa del combattente che detta lo spartito della lotta politica sulla base di idee originali. È stato incoronato perché in questo momento la sinistra non ha altra possibilità con le sue personalità ed è quindi prigioniera della scelta compiuta. Prodi è, per sua natura, un mediatore tra vecchie posizioni che rimangono tali. E mi pare molto poco per un progetto teoricamente rivoluzionario come il Partito democratico.
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