Chinatown, accuse al consigliere di An «Di Martino ha partecipato alla rivolta»

Quarantadue cinesi e un italiano. Attori della rivolta di via Paolo Sarpi. Era il 12 aprile scorso, e il quartiere venne infiammato da un pomeriggio di scontri con le forze dell’ordine. Ora, l’inchiesta del pubblico ministero Piero Basilone è chiusa. I presunti responsabili del conflitto urbano sono stati individuati, e accusati a vario titolo di adunata sediziosa, resistenza a pubblico ufficiale, lesioni, danneggiamento, minacce e interruzione di pubblico servizio. I 43 indagati rischiano adesso il processo. E tra questi c’è anche il consigliere comunale di Alleanza nazionale Stefano Di Martino. Che «ha partecipato fisicamente - scrive il magistrato nelle 26 pagine dell’atto di chiusura indagini - a tutte le fasi della rivolta».
Adunata sediziosa, ingiuria aggravata, resistenza a pubblico ufficiale aggravata e lesioni aggravate sono i reati contestati al vicepresidente del consiglio comunale che - secondo le ricostruzioni fatte dalla Procura sulla base delle relazioni presentate dalla polizia locale e dalla Digos - era presente e attivo in strada durante la rivolta della comunità cinese. «Di Martino - scrivono tra le altre cose gli inquirenti - si è opposto con forza e violenza per impedire il fermo di un cinese», e «ha insultato con frasi ingiuriose un vigile». Così, dopo la scintilla che scatenò gli scontri. Una multa.
L’origine della «sommossa» (in seguito alla quale avevano riportato lievi lesioni 14 vigili, 4 cittadini cinesi e 11 agenti della Polizia), era stata infatti la sanzione data da una vigilessa a giovane asiatica di 25 anni per aver trasportato in auto merce ingombrante. Qualche ora dopo, la donna aveva incontrato in via Paolo Sarpi la stessa agente, colpendola con un pugno. In breve, circa 150 cinesi si erano riversati in strada, raggiunti poi da altri connazionali. Quartiere bloccato e muro contro muro con le forze dell’ordine.
Quattro i «capipolo» riconosciuti dagli inquirenti grazie a un attento lavoro sulle riprese fatte dalle telecamere del Comune (che, per un errore tecnico, presentavano alcuni «buchi» comunque non decisivi per gli esiti dell’indagine) e delle televisioni, così come sono state determinanti le sequenze video analizzate dagli investigatori per stabilire le responsabilità di ciascuno degli altri 39 indagati. Di Martino compreso. Il quale, attraverso il legale - l’avvocato Manlio Marino - aveva chiesto al pm di essere sentito per fornire la propria versione dei fatti. Richiesta, però, respinta. «Di Martino intervenne - spiega Marino - proprio in qualità di consigliere comunale, per calmare gli animi. Tutto si può dire di lui tranne che sia un violento».
In serata, il vicesindaco Riccardo De Corato riconosce «la validità del lavoro e della magistratura milanese, e l’efficacia delle indagini svolte dalla polizia municipale e dalla Digos». Carlo Fidanza, capogruppo di An a Palazzo Marino, si dice «certo che la posizione di Di Martino si chiarisca definitivamente, confermando che il suo intento fu quello di riportare la calma in un contesto difficile».