Chinatown, le città invisibili nel cuore d’Italia

Se non ci avesse già pensato vent’anni fa il regista John Carpenter, ciò che è accaduto a Milano si potrebbe giustamente intitolare: Grosso guaio a Chinatown, proprio come il film, dove i due protagonisti per liberare una bellissima ragazza dagli occhi verdi si perdono nei labirinti di una Chinatown dove tutto può accadere. Tutto. Perché il mistero e l’intrigo così come il sospetto con cui si difendono dai ficcanaso, nelle Chinatown del mondo, sono un dato di fatto. Esattamente come l’odore di wang tong fritti che ti viene incontro a Milano, in via Sarpi e dintorni, dove è scoppiata la rivolta di giovedì mattina. Non per nulla è nata qui, a Milano, nel 1968 la prima associazione commerciale e industriale dei cinesi: Presidente e fondatore, il signor Hu Xizhen. Gli asiatici residenti in Italia sono quasi 215mila.
Da un rapporto della Facoltà di Scienze statistiche dell’Università di Milano Bicocca emerge che gli immigrati cinesi sono oltre 168mila (gli irregolari sono difficili da censire) e costituiscono il cinque per cento dei 3.357.000 stranieri residenti in Italia. Sono cifre queste, che aiutano a tracciare una mappa che da Milano ci porta direttamente agli altri grandi insediamenti cinesi in Italia. In Toscana, Lazio, Emilia Romagna. In Toscana la comunità cinese è di oltre 35mila persone. A Firenze, trionfo della griffe contraffatta, la presenza cinese è del 15,8. Il consolato di Firenze è più importante dell’ambasciata della Cina a Roma. La maggior parte dei cinesi è arrivata in Toscana negli Anni ’80 ed è a Prato che si tocca l’81 per cento delle presenze col rischio costante di una collisione, come è successo, giusto una settimana fa, quando sette persone, due cinesi e cinque italiani, sono state denunciate dalla polizia per rissa aggravata. Il litigio è scoppiato in via Orti del Pero, in piena Chinatown. Cinesi e italiani si sono affrontati con bastoni e spranghe. Un segnale allarmante, confermato dalle dichiarazioni di Riccardo Marini, vicepresidente dell’Unione industriali: «I cinesi non rispettano le regole che noi siamo invece chiamati a rispettare. Loro si possono permettere di fare cose che noi non ci possiamo permettere. La comunità cinese ha tanto denaro, ma che colore ha questo denaro?».
Varcato l’arco di pietra arenaria della trecentesca Porta Pistoiese ci si rende subito conto che la comunità cinese, a Prato, è ormai una città nella città. In un Comune di 180mila abitanti i cinesi con regolare permesso di soggiorno sono 11.680, più che a Firenze (10.712), più che a Milano (10.716), più che a Roma (6.293). I bambini nati a Prato da genitori cinesi sono già 1.300. Nella Chinatown, però, i pratesi non ci vanno volentieri. «È un po’ come sentirsi stranieri in casa nostra» è la sintesi del pensiero generale. Tanto che il sindaco è stato costretto a firmare un’ordinanza contro la cattiva abitudine di tanti orientali di sputare per terra e di orinare dove capita, mandando i vigili urbani a farla rispettare. I cinesi di giorno lavorano nei capannoni e la sera in via Pistoiese riempiono i locali con l’insegna del Drago. Già, perché la via Pistoiese è diventata l’arteria-simbolo delle Chinatown in Toscana. E Prato la capitale dei cinesi in Europa. Su 7.000 imprese della provincia, più di 1.500 sono cinesi, una concentrazione senza pari nel Continente. Vittima della concorrenza cinese, che le è costata 4.800 posti di lavoro in due anni, Prato è turbata dagli imprenditori del sud della Cina. Ma intanto gli immigrati cinesi chiedono più attenzione. Come si è ascoltato alle Giornate dell’Interdipendenza sulla Cina, organizzate in marzo a Montepulciano. Tra gli interventi quello di Bai Junyi, che risiede proprio a Prato ed è uno dei fondatori di Associna.com, il sito di riferimento per la seconda generazione dell’immigrazione in Cina, che si propone di stabilire un dialogo tra la comunità cinese e quella italiana. Bai Junyi ammette: «Siamo un po’ silenziosi è vero, ma basta con gli stereotipi. Sta a noi, nati in Italia, sconfiggere ora i pregiudizi».
E dalla Toscana all’Emilia Romagna. A Bologna, dove la Chinatown locale si estende fra via Dell’Arca, via Procaccini e via Corticella, i cinesi sono stati fra i primi ad arrivare. A Villa Tocchi, concessa dal Comune in zona Corticella, ci si occupa dell’organizzazione di feste e incontri e si è aperto un punto di ascolto delle loro necessità. Ma in compenso non è che sotto le due Torri si faccia tutto alla luce del sole. Un ingente traffico di bevande cinesi illegali, ricordano nella locale sede di An, è stato scoperto recentemente dalla Guardia di finanza nella Chinatown di Bologna. E non è la prima volta. «Le istituzioni - reclamano dal centrodestra - dovrebbero attuare azioni di duro contrasto». I sequestri di merce cinese illegale a Firenze come a Bologna e a Roma, riguardano soprattutto giocattoli, pelletteria, calzature, abbigliamento. Nascosti nelle Chinatown in capannoni intestati a prestanome.
In compenso a Roma, dove la comunità cinese si concentra al quartiere Esquilino, a ridosso della stazione Termini, vige una tolleranza eccessiva. «Si vuol far credere che la Chinatown romana dell’Esquilino sia un esempio di integrazione e pacifica convivenza. Niente di più falso», dichiara il capogruppo di An in Consiglio comunale, Marco Marsilio. «Ma all’Esquilino - aggiunge Francesco De Micheli, consigliere di Forza Italia - i cinesi hanno colonizzato tutta l’area commerciale. Vendono per lo più merce contraffatta, che arriva con grossi container a Fiumicino o a Civitavecchia. È dall’Esquilino che parte poi tutto lo smercio della capitale. C’è un carico e scarico di merce continuo». Del resto secondo stime dell’anno scorso della Questura ci sarebbero a Roma ventimila cinesi irregolari. Trecento sono i residenti all’Esquilino, anche se poi sono in 2.000 a lavorare abusivamente e a vivere in locali subaffittati.