Chinatown fra traslochi e ricatti

Proposta o ricatto, questo è il dilemma. Il rapporto tra la comunità cinese (che si dice disposta a trasferire i suoi commerci all'ingrosso ad Arese ma pone una serie infinita di condizioni) e il Comune che ha assoluto bisogno di risolvere il problema (ma non può neppure comportarsi come un Paese sconfitto cui il vincitore detta le clausole dell'armistizio) si presta davvero a essere interpretato in termini shakespeariani. E non è il caso di dare per scontato un lieto fine. Finora, l'unico vero progresso è che 9 commercianti cinesi su dieci considerano l'attuale situazione insostenibile e si dicono pronti a prendere in considerazione altre soluzioni. Ma, nel loro documento, addossano praticamente tutte le colpe all'amministrazione, pretendono un'area di un terzo superiore a quella offerta, chiedono agevolazioni fiscali e sussidi per l'acquisto dei nuovi spazi, soprattutto esigono una moratoria sia nell'applicazione delle norme sul traffico sia nella creazione della nuova zona pedonale fino a quando il trasferimento sarà stato portato a termine. Chi ha esultato per il «sì» all'ipotesi del trasferimento, deve averlo fatto prima di avere letto bene il testo.
Questo non significa che il Comune deve prendere un atteggiamento di chiusura: decongestionare la zona di via Sarpi è troppo importante per l'assetto urbanistico della città. Significa, tuttavia, che prima di ogni altra cosa deve aprire una trattativa coi cinesi, ristabilire le gerarchie (tocca al Comune e non ai cinesi menare la danza) e negoziare duramente su ogni punto. Dove si può concedere qualcosa, per esempio sulla metratura, lo si conceda, ma non ci si lasci ricattare e si continui a insistere sul rispetto della legge. Fare altrimenti costituirebbe un terribile precedente.