«Il chip antistupro è una cintura di castità»

«Perplesso». E «preoccupato». Francesco Pizzetti, presidente dell’Autorità garante per la privacy, è critico nei confronti del chip anti-violenza, il braccialetto elettronico che i Comuni potranno cominciare a distribuire grazie al provvedimento finanziato dalla Regione. Un sistema di localizzazione in costante collegamento con le centrali operative della polizia che, nelle intenzioni dei promotori, dovrebbe garantire l’incolumità dei cittadini che ne faranno uso. «Il problema - sottolinea Pizzetti - è che non possiamo sacrificare la libertà personale in cambio di un po’ più di sicurezza».
Professore, l’Authority boccia l’iniziativa della Regione?
«Diciamo che sono molto preoccupato. Non posso vedere con piacere una misura che mette così a rischio le garanzie individuali. Sia chiaro, il provvedimento va incontro a una domanda sociale di sicurezza che capiamo benissimo. Ma il punto è che ci vuole equilibrio tra i bisogni dei cittadini e i metodi che si assumono».
Qual è il nodo da sciogliere?
«In cambio di sicurezza c’è una controllabilità continua degli spostamenti. Se poi pensiamo a un uso di massa del sistema, la prospettiva è ancora più allarmante»
L’equilibrio tra privacy e sicurezza è sempre più a rischio?
«Usiamo questa metafora. L’utilizzo dei chip di localizzazione assomiglia molto all’uso di una cintura di castità. In questo caso, dobbiamo evitare che una donna se la metta da sola. O che almeno le si consegnino le chiavi per toglierla quando crede».
Il che significa?
«Significa che chiunque decida di accettare un simile sistema, deve avere la possibilità di disattivarlo quando ritiene di non averne più bisogno. In altre parole, essere libero di rinunciare».
Qual è, quindi, l’indirizzo del Garante?
«Innanzitutto, una seria e approfondita campagna di informazione. In secondo luogo, il consenso scritto e consapevole dei cittadini che aderiscono all’iniziativa. Terzo, come già detto, la possibilità di disattivare il sistema quando si desidera di non essere più rintracciabili. E devono essere principi inderogabili. Chi accetta questo sistema deve sapere a cosa va incontro».
Ovvero?
«Che in gioco c’è la libertà di ciascuno».
L’obiezione classica, in questi casi, è che chi non ha nulla da nascondere non ha nemmeno nulla da temere.
«Non è questo il punto, anzi. Proprio chi non ha nulla da nascondere deve essere libero di non dover rendere conto a nessuno della propria vita».
Il provvedimento del Pirellone, dunque, le sembra una risposta sbagliata a una problema reale?
«È una risposta eccessiva. La richiesta di sicurezza da parte dei cittadini è più che comprensibile, e in particolar modo se proviene dalle persone più deboli ed esposte al rischio di essere vittime di violenze o aggressioni. Ma la misura adottata dalla Regione Lombardia è sicuramente troppo invasiva».
Eppure, la richiesta di sicurezza da parte dei cittadini è pressante.
«Ed è giustificata. Ma, in questo caso, il prezzo da pagare è troppo alto».