Chirac manda in frantumi il Palazzo di Vetro

Gli Stati Uniti spediscono a sorpresa l’inviato Welch a Beirut e sembrano decisi a fare altre concessioni

Marcello Foa

La Francia svolta e si schiera con gli arabi. Gli Usa fanno un passetto avanti, ma non mollano Israele. E la risoluzione dell’Onu di cui da sabato scorso si annuncia l’imminente approvazione finisce nelle secche. Fino a quando? Parigi spera che la situazione si sblocchi entro sabato, Washington è più cauta e pronostica una settimana, nonostante proprio Bush, lunedì scorso, avesse invitato il Palazzo di Vetro «a fare in fretta».
Nessuno mormora, pubblicamente, la parola fatale: fallimento. Che non è imminente, ma che a questo punto non si può più escludere. Un dato è certo: mentre fino a 24 ore fa erano il Libano e la Lega Araba, con il sostegno di Putin, a bloccare la bozza, ora a trovarsi su fronti contrapposti sono i due Paesi che nelle scorse settimane avevano promosso, di comune accordo, una soluzione diplomatica.
Bush, in vacanza in Texas, tace. Chirac, anch’egli in ferie, no. Da Tolone prova a scuotere l’amico americano. «So che ci sono delle riserve degli Stati Uniti sulle modifiche da noi proposte» dichiara. «Ma non voglio immaginare che non si possano trovare delle soluzioni, perché la più immorale sarebbe quella di accettare la situazione attuale e rinunciare a un cessate il fuoco immediato». Il capo dell’Eliseo invita la comunità internazionale «a considerare le reazioni di tutte le parti coinvolte e a tenere presenti gli interessi del Libano». Il messaggio è chiaro: l’America deve fare altre concessioni. In cambio annuncia che il suo Paese «è pronto a partecipare alla forza internazionale», che prevede possa essere pronta «nel giro di un mese». Ma poi avverte: se il dissenso non sarà ricomposto, la Francia presenterà «una propria risoluzione» al Consiglio di sicurezza. Blandisce e minaccia. Anche la Siria: «L’esperienza ci ha insegnato a non avere fiducia di Damasco», affondo che ha provocato «sorpresa» dalle parti di Assad.
Ma quali sono i motivi del dissenso? Fondamentalmente due: il futuro della fattorie di Sheeba, la cui sovranità è contesa da Israele, Libano e Siria e, soprattutto, il ritiro degli israeliani. Parigi dà fiducia al governo di Beirut che ha annunciato di essere pronto a inviare nel sud del Paese 15mila soldati. Secondo questo scenario l’esercito libanese dovrebbe subentrare a quello di Gerusalemme, il tutto sotto la supervisione dei caschi blu: il contingente internazionale arriverebbe in un secondo tempo e solo con funzioni di peacekeeping. Ma Washington non dà credito ai militari di Beirut. L’annuncio di ieri sera del leader dei guerriglieri, Nasrallah, è destinato a rafforzare i sospetti statunitensi: se anche lui dice sì ai 15mila soldati, dopo aver rifiutato per anni questa opzione, significa che sa di poter continuare a controllare il territorio. Proprio quel che Israele non può accettare. Per questo gli Stati Uniti e Israele pretendono che le truppe libanesi vengano affiancate da una forza multinazionale bene armata. Solo con questa garanzia, le truppe di Gerusalemme potrebbero arretrare, progressivamente.
L’America tiene duro, ma dietro le quinte non rinuncia a trattare. Ieri ha spedito inaspettatamente a Beirut l’inviato David Welch, che si è incontrato con il premier Siniora e con il presidente del Parlamento, lo scitta Nabih Berri, mentre Condoleezza Rice ha telefonato al premier israeliano Olmert, costringendolo a interrompere la riunione del gabinetto di sicurezza. Al termine del colloquio, durato mezz’ora, il successore di Sharon avrebbe deciso di ritardare di due-tre giorni l’inizio dell’offensiva di terra «per non interferire con le trattative diplomatiche». E avrebbe avvertito i suoi ministri che la nuova risoluzione dell’Onu avrebbe tenuto in considerazione gli emendamenti libanesi. Come dire: il governo Usa sta per cedere su alcuni punti. Quali non si sa.
Gli Stati Uniti cercano di conciliare la sicurezza di Israele, che resta irrinunciabile, con il desiderio di non indebolire il premier Siniora ovvero il leader politico su cui gli Usa confidano per far nascere un nuovo Libano al termine della guerra. Ed è questa la considerazione che i francesi stanno facendo valere nei colloqui a porte chiuse: temono che se le richieste di Siniora non venissero incorporate nella bozza di risoluzione, il governo di Beirut cadrebbe gettando il Paese nel caos.
Washington riflette, ma intanto si spacca. Secondo indiscrezioni del magazine conservatore Insight, la Rice e Bush non sarebbero più in sintonia. Il segretario di Stato Usa avrebbe voluto una tregua subito dopo la tragedia di Cana, ma il presidente, consigliato dai falchi Rumsfeld e Cheney, avrebbe deciso il via libera all’offensiva militare di Gerusalemme. La diplomazia contro la forza. Il dilemma di sempre.