Chirac spara a zero sulla Siria ma Prodi vuole aprirle le porte

I Venticinque divisi sulla crisi in Medio Oriente avvisano Damasco: «Basta ingerenze in Libano». E il premier: «La Serbia sia benvenuta»

Nostro inviato a Bruxelles

È con una gerla zeppa di buoni propositi, ma dai contenuti quasi impalpabili che i 25 chiudono l’anno in attesa che il testimone passi finalmente in mano tedesca. Preoccupa il Medio Oriente, ci si allarma per le mosse iraniane, si protesta con Khartoum per la strage continua in Darfour ma poi non si cava un ragno dal buco, limitando il tutto a un documentone omnicomprensivo dalle mille sfumature per la necessità di portare tutto il carrozzone a una scelta unanime.
Così sulla vicenda israelo-palestinese sparisce di scena la vantata iniziativa franco-italo-spagnola. Zapatero si dice soddisfatto che nel documento finale «s’è accolto lo spirito della proposta» germogliata a Gerona a novembre. Ma in realtà di quella conferenza internazionale di pace che si voleva promossa dalla Ue, e che D’Alema conferma come intenzione al deputato palestinese Barghouti - incontrato prima della ripresa dei lavori di ieri - non c’è traccia alcuna. Come del resto conferma il premier spagnolo, a chiusura dell’appuntamento, limitandosi a dire che si farà «non appena ci saranno le condizioni».
Pareva il suo un richiamo al clima di guerra civile che si vive non solo più in Libano, ma anche tra i palestinesi. In realtà, da quel che si è captato i punti di vista europei divergono sul come affrontare le questioni aperte. Perché se Prodi e la Merkel vogliono aprire ai siriani (col nostro presidente del Consiglio che auspica anzi che «a Beirut si formi un governo solido e unitario», comprensivo dunque degli hezbollah di Nasrallah), Chirac, e non solo lui, da questo orecchio proprio non ci sente. Il capo dello Stato francese ieri ha prima sparato alzo zero contro Damasco, poi con riferimento a quanto accade in Libano ha detto senza peli sulla lingua che «è in atto una operazione di destabilizzazione di un governo legittimo ed eletto democraticamente da parte di forze pro-siriane», tentativo che l’Europa deve fermamente respingere.
E dunque il documento finale del summit è rimasto sul generico: invitando la Siria a «cessare ogni ingerenza» ma concedendole la possibilità di «impegnarsi attivamente per la stabilizzazione della regione», chiedendo agli israeliani di cessare la violazione degli spazi aerei libanesi, auspicando che le fattorie di Sheeba - una zona del Golan - siano poste sotto controllo Onu, e rivolgendo ai palestinesi un invito alla calma. Con D’Alema che - a latere del summit - si è comunque voluto concedere una critica a Gerusalemme per aver tenuto chiuso per mesi il valico di Rafah tra Egitto e Gaza, che a suo modo di vedere proprio la Ue potrebbe controllare molto ma molto meglio.
Che Parigi sia «intransigente» sul Libano del resto, ha dovuto ammetterlo pure Prodi che, pure, s’è vantato alla fine di una Italia che avrebbe «scritto l’agenda del vertice». Ma anche sugli altri terreni esplorati congiuntamente dai 25, non è che quella agenda sia stata riempita di contenuti. Sull’allargamento, ad esempio, si comunica che «le porte dell’Europa - per dirla con Barroso - restano aperte» e che il futuro dei Balcani è in Europa così come «la Serbia resta benvenuta». Ma all’accenno di voler onorare gli impegni assunti si fa seguire poi la nascita di una «condizionalità rigorosa» che vuol dire che non si faranno più sconti a nessuno, ma senza ulteriormente precisare come s’intenda agire. L’Italia ad esempio aveva preso un impegno con Belgrado perché nel documento finale ci fosse un chiaro impegno a volerla imbarcare. Quel «benvenuto» è poca cosa, anche perché negli stessi istanti tanto la Merkel che Chirac andavano spiegando come i serbi non potessero prescindere dalle richieste del tribunale dell’Aia. «La collaborazione di Belgrado per la cattura di Radovan Karadzic e Ratko Mladic - tuonava anzi l’inquilino dell’Eliseo - è condizione fondamentale per l’esame della domanda di adesione». Senza contare che ancora la Merkel, ma anche Barroso, gli spagnoli e Prodi-D’Alema andavano facendo presente come, senza nuovi modelli di Costituzione, non si può pensare di allargare le maglie degli ingressi.