Con la chirurgia vascolare si interviene efficacemente sull’aneurisma dell’aorta

Per un chirurgo vascolare gli interventi più impegnativi e al tempo stesso più rischiosi sono quelli sull’aorta (toracica e addominale), che è l’arteria più importante del corpo umano. Ce lo conferma il professor Attilio Odero, uno dei maestri di questa specialità, che finora ha operato 2.500 pazienti, con una percentuale molto alta di sopravvivenza (90-99 per cento). Odero ha imparato la tecnica chirurgica con due grandi maestri: i professori Edmondo Malan e Ugo Ruberti, riconosciuti come pionieri in questa fascia di patologie. Dopo un lungo apprendistato a Milano - dal 1970 al 1989 - ha ottenuto la cattedra di chirurgia vascolare nell’università di Pavia (1990).
«L’aorta - ci spiega - è una nemica silenziosa. Quando la sua parete si sfilaccia, creando le premesse per un aneurisma, può non dare segnali di allarme ed arrivare lentamente ad una rottura spesso mortale. Per questo è necessario osservarne lo stato di conservazione in tempo utile (con una risonanza magnetica), specialmente nei soggetti a rischio: ipertesi, scompensati, bronchitici cronici, grandi fumatori». L’aneurisma può interessare l’aorta toracica, l’aorta addominale e le rispettive dissecazioni. I più colpiti sono i maschi ultracinquantenni (spesso cardiopatici o figli di cardiopatici). Un intervento chirurgico può diventare necessario anche per una rottura post-traumatica dell’aorta: intervento delicatissimo, che deve essere affidato a specialisti di grande esperienza.
La chirurgia vascolare richiede tempi lunghi. Basandosi su una casistica più che ventennale, il professor Odero afferma che si va da un minimo di tre ore a un massimo di cinque. Molti pazienti hanno gravi patologie concomitanti, cardiologiche e pneumologiche. In questi soggetti la tecnica tradizionale - convenzionalmente chiamata open - si rivela molto pericolosa. Si ricorre allora ad un trattamento endovascolare. I pazienti operati con tecnica open tornano presto alla normalità ma vanno controllati, dopo l’intervento, una volta l’anno. Quelli operati con tecnica endovascolare necessitano di un più frequente controllo ecografico e radiologico (Tac) perché sono esposti a complicazioni che possono addirittura richiedere un intervento correttivo. Bilancio confortante, comunque. Quarant’anni fa la percentuale di sopravvivenza era del 60 per cento. Oggi supera il 90 per cento.