Il chirurgo che ha speso la vita a rendere asciutto chi si bagna

Alle 11.01 di martedì scorso ho infilato i pollici e gli indici in due anelli di gomma e ho cominciato a muovere entrambe le mani nella pancia di un uomo di 69 anni che stava adagiato a circa due metri di distanza da me, sul lettino di una sala operatoria, in anestesia generale. Solo che non erano le mie mani a perlustrare le sue viscere, bensì quelle di un robot. Ero comodamente seduto e con la destra impugnavo un paio di forbici, con la sinistra una pinza. Dentro un visore bioculare osservavo le profondità del corpo come mai prima d’ora era stato concesso agli esseri umani. La telecamera rimandava un’immagine tridimensionale dai colori vividi, ingrandita dieci volte, «magnificata» in gergo tecnico. Sì, davvero magnifica. Straordinaria e al tempo stesso terribile: davanti la prostata aggredita dal tumore, sopra la parete addominale, sotto la vescica, laggiù in fondo la sinfisi pubica, tutt’intorno qualche traccia di sangue.
«Chiuda le dita, le apra, si sposti in basso, adesso in alto», ordinava un angelo buono alle mie spalle. Trattenevo il fiato, terrorizzato all’idea di far danno nello stringere il joystick, ma danno non potevo farne perché il pedale della frizione era bloccato all’ingiù. Un’esperienza di due minuti. Sembrava un videogioco, invece era la vita, e io ci stavo dinanzi, anzi dentro, come mio figlio di 11 anni sta ipnotizzato alla Playstation.
Alle 12.01 in punto – i registratori digitali non sbagliano, ma la coincidenza l’avrei notata solo a casa – il professor Walter Artibani, l’angelo buono, stava seduto nel suo studio per l’intervista. Un’ora spaccata ed era tutto finito. In 60 minuti esatti di chirurgia robot-assistita, il direttore della clinica urologica dell’Università di Padova – la più avanzata d’Italia in questo campo, con le sue sei sale operatorie e i 150 interventi robotici eseguiti fino a oggi – aveva tagliato e rimosso la prostata e poi collegato l’uretra alla vescica con una ventina di punti di sutura. Da sei piccoli fori praticati nel ventre (porte laparoscopiche, le chiamano, ma sembrano le ferite provocate dai proiettili nel corpo dei morti di mafia, solo che non versano una goccia di sangue), avevo visto entrare e uscire di tutto: ferri, aghi, filo, garze, spugnette emostatiche. Lavorando al monitor della consolle con gli strumenti telecomandati, il chirurgo aveva racchiuso la prostata dentro un sacchettino di nylon. Ma da uno dei sei buchi, il più grande dei quali misurava appena 12 millimetri di diametro, quella non sarebbe mai potuta passare. Era poco più grande di una castagna e con le vescicole seminali ancora adese e le parti terminali dei dotti deferenti sarà stato mezz’etto di roba.
Così, quando il mostro elettromeccanico dalle braccia tentacolari ha abbandonato la sua benefica presa sul corpo del malato, gli assistenti del professore hanno praticato col bisturi un’incisione di tre centimetri a livello dell’ombelico e hanno recuperato la bustina di plastica contenente il reperto anatomico di questa prostatectomia. Cinque ore dopo il paziente sarebbe già stato in grado di camminare e di bere; l’indomani di alimentarsi e di muoversi liberamente.
Soprattutto, nei giorni a venire, potrà sperare in un rapido recupero della continenza urinaria. La vera incognita in questo genere di operazioni. «Il 50% dei pazienti sono del tutto continenti già la prima settimana dopo l’intervento, la percentuale sale al 65 a tre mesi e al 90 a sei mesi», spiega il direttore della clinica padovana. «Idem per il mantenimento delle funzioni sessuali. Il 50% dei pazienti normalmente potenti prima della prostatectomia hanno erezioni, con o senza supporto farmacologico, tre mesi dopo l’intervento. A sei mesi la percentuale sale all’80. Analoghi risultati sono molto difficili da ottenere con la chirurgia convenzionale».
Nato nel 1949 a San Giovanni Valdarno (Arezzo), laureatosi in medicina a Firenze e specializzatosi in urologia più di trent’anni fa proprio qui a Padova, presidente della Fondazione italiana continenza, segretario dell’International continence society e dell’European association of urology, il professor Artibani ha speso la vita a rendere asciutto chi si bagna. Vent’anni fa ha ideato e sviluppato la vescica ileale padovana, tuttora utilizzata nella pratica clinica in vari Paesi, che egli ricava da 40 centimetri di intestino tenue, ripristinando così la minzione per via naturale in chi ha subìto l’asportazione della vescica ed evitando l’urostomia e il sacchetto esterno.
Proprio giovedì prossimo si celebra la Giornata nazionale per la prevenzione e la cura dell’incontinenza urinaria, che riguarda dai 5 ai 7 milioni di italiani e un bambino su 7 per l’enuresi notturna. Dopo i 65 anni il 30-40% degli individui accusa perdite involontarie. Nelle case di riposo e nelle corsie geriatriche il 50% dei ricoverati è incontinente. «Un mio amico geriatra usa dire che se l’urina fosse profumata il problema sarebbe minore, nella realtà l’incontinenza ha un drammatico impatto sulla qualità della vita».
Artibani arriva in ospedale alle 7 di mattina e se ne va alle 8 di sera. Ha scelto l’urologia attratto dalla fama del professor Gèza Dell’Adami De Tarczal, un cattedratico d’origine trentino-ungherese che all’ospedale di Verona aveva operato di prostata anche Indro Montanelli (l’operazione era andata talmente bene che il fondatore del Giornale, durante la convalescenza, confidò all’amico Rolly Marchi la sua felicità: «In bagno prima ero spettatore. Ora sono attore»). Di Dell’Adami e del suo successore Gaetano Mobilio è stato l’erede proprio a Verona, dopo aver insegnato all’Università di Modena.
Perché ha fatto il medico?
«Per la verità a me piacevano greco e latino. Tutti mi pronosticavano una carriera come letterato».
E invece?
«Quando avevo tre anni, mio padre, ingegnere all’Enel, s’ammalò di sclerosi multipla. Morì che avevo 24 anni. Ne ho seguito tutto il declino, dalle stampelle alla carrozzella, fino a vederlo inchiodato nel letto. La molla interiore, inconscia, è stata quella. Infatti avrei voluto fare il neurologo. Cominciai a studiare la sclerosi a Firenze col professor Luigi Amaducci, direttore della clinica neurologica. Ma non potevo permettermi il lusso di stare un altro anno in laboratorio. Così m’indirizzai verso la chirurgia vascolare e l’urologia».
Da che cosa è provocata l’incontinenza?
«O non funziona il serbatoio, la vescica, o non funziona il rubinetto, lo sfintere uretrale, o non funzionano entrambi. Può cominciare all’improvviso per una patologia neurologica. Vi è l’incontinenza da urgenza, detta anche sindrome della vescica iperattiva, causata da contrazioni involontarie. Nelle donne si manifesta quella da sforzo, conseguenza di gravidanze e menopausa. Bastano un colpo di tosse, il sollevamento della borsa della spesa o una risata per provocare una perdita. Si chiama Ius e rappresenta il 70% dell’incontinenza femminile. Ne soffrono circa 3 milioni di italiane».
Un tabù sociale.
«Un tempo era considerato un fatto quasi naturale. L’anziana contadina, che aveva avuto parecchi figli, andava al lavoro nei campi addirittura senza mutande, si bagnava di brutto e non diceva nulla. Era stato così per sua madre e per sua nonna, pensare di rivolgersi al medico le appariva inconcepibile. Oggi la donna in carriera, che vive la stessa mortificante esperienza giocando a tennis o facendo equitazione, va in crisi per qualche goccia. Di qui la gran quantità di spot televisivi subliminali che parlano genericamente di protezione in caso di “perdite”, alludendo a quelle del ciclo mentre si sa benissimo che sono quelle di urina».
L’età media avanza. È stata coniata un’espressione sgradevole, «Repubblica dei pannoloni», che però fotografa bene la situazione.
«La spesa annua per pannoloni è drammaticamente elevata: 300 milioni di euro, di cui l’85% a carico dello Stato».
Che cosa può fare la chirurgia?
«Dagli Anni 80 ho vissuto l’introduzione dello sfintere artificiale. È un intervento complesso in grado di rendere asciutti quegli uomini che hanno un’incontinenza urinaria grave, cioè devono tenere il pannolone giorno e notte, come conseguenza dell’asportazione radicale della prostata per tumore. Io e un collega ginecologo statunitense abbiamo ideato e sperimentato di recente una nuova tecnica mini invasiva per il trattamento chirurgico dell’incontinenza urinaria da sforzo femminile. È un intervento eseguibile in anestesia locale, in regime ambulatoriale o in day hospital, mediante una piccola incisione vaginale. Qualcosa che cambia la vita della paziente in 15 minuti».
E prima di ricorrere al bisturi?
«Si fa la fisiochinesiterapia del pavimento pelvico. Si prescrivono i farmaci antimuscarinici. Sta dando buoni risultati anche l’iniezione della tossina botulinica in vescica, solo che l’effetto cessa dopo sette-otto mesi e bisogna ripetere il trattamento. Oppure insegniamo al malato a svuotare da solo la vescica più volte al giorno col catetere. Si possono anche stimolare le radici dei nervi sacrali impiantando una specie di pacemaker in una tasca sottocutanea».
Quale tipo di patologia vede più di frequente?
«Il cancro alla prostata, che è al primo posto per diagnosi fra i tumori maschili e al terzo per mortalità dopo polmone e colon. Il 50% degli uomini deve fare i conti, invecchiando, con una patologia prostatica benigna. La ghiandola s’ingrossa e provoca disturbi alle vie urinarie».
Che vantaggi offre il robot?
«La prostata è situata in una zona molto profonda del piccolo bacino, riccamente vascolarizzata e circondata da grosse vene. Negli interventi a cielo aperto il sanguinamento può essere considerevole. Invece la chirurgia laparoscopica ci consente di gonfiare l’addome con anidride carbonica: la pressione del gas impedisce al sangue venoso di uscire. Le perdite ematiche sono inferiori del 76% rispetto alla chirurgia tradizionale e la necessità di trasfusioni è minima. Inoltre la visione attraverso la telecamera tridimensionale permette di analizzare con estrema chiarezza dettagli anatomici altrimenti impossibili da vedere. Si raggiungono agevolmente spazi a cui prima era molto arduo accedere con le mani».
Sta dicendomi che questa specie di Edward mani di forbice è più esperto di lei?
«Gli strumenti del robot hanno sette gradi di libertà, cioè si muovono nello spazio su sette piani diversi. Più di quello che può fare una mano. I servomeccanismi assicurano movimenti millimetrici. E poi la mano del robot non trema. E questo è importantissimo, perché la preservazione della continenza urinaria e dell’erezione è legata al rispetto di un reticolo di nervi specifici, sottilissimi, non visibili a occhio nudo, che decorrono lungo le vene ad appena 2-3 millimetri dalla capsula prostatica».
Quanto costa il robot?
«Da 1,2 a 1,7 milioni di euro».
Ho visto che sulla consolle c’è il marchio «Da Vinci». Lo fanno in Italia?
«No, è solo un omaggio al genio leonardesco. Il robot è costruito in regime di monopolio dalla Intuitive surgical, un’azienda californiana. È nato dall’evoluzione di una tecnologia militare. In origine era stato studiato per consentire a un’unità di chirurgia mobile d’intervenire sui soldati feriti al fronte, teleguidata a distanza dall’ospedale militare. Negli Usa il 60% delle prostatectomie radicali si eseguono con la laparoscopia robot-assistita. In prospettiva il robot potrebbe eseguire delle manovre guidato dalle immagini 3D preoperatorie».
Così lei potrà limitarsi a guardare sul video.
«Il chirurgo ci vorrà sempre. Un tempo si diceva: “Grande taglio, grande chirurgo”. Ma se guardiamo ai livelli di verismo raggiunti dai videogiochi dei nostri figli, dobbiamo chiederci perché mai queste tecnologie sofisticate non vengano applicate appieno in medicina. Di fatto il futuro è già cominciato. Siamo alla no hole surgery, chirurgia senza buchi, attraverso le cavità naturali. Sono state fatte le prime esperienze di appendicectomia transgastrica. Si entra con un tubo dal naso, si scende fino allo stomaco, si raggiunge l’appendice e dal tubo escono quattro braccia che la tolgono. Difficile dire dove ci porteranno i sistemi robot-assistiti».
Per cui quale dote dovrà avere il chirurgo del terzo millennio? La mano? L’occhio?
«La testa. “Il pensiero deve sempre precedere il gesto”, suole ripetere il mio maestro, il professor Francesco Pagano, che ha diretto per un quarto di secolo questa clinica. Meglio chirurghi con grandi teste e mani imperfette di chirurghi con mani perfette ma teste piccole».
Abbondano più i primi o i secondi?
«Abbonda una categoria: quella dei medici che vorrebbero raggiungere l’eccellenza senza muoversi dal primo posto di lavoro. Nascono, vivono e muoiono, professionalmente parlando, nella stessa città. Una contraddizione etimologica, giacché università viene da universitas, implica l’apertura al mondo. Io ho girato, ma forse dovrei dire peregrinato, fra sedi diverse. Sono la dimostrazione vivente che si può far carriera senza santi in paradiso. Ma questo è piuttosto raro in Italia».
Può dirlo.
«Cambiare implica ogni volta una sfida, un rinnovamento. Rimanere nella stessa sede produce parrocchie e privilegi. Viviamo in un Paese in cui si invoca volentieri la meritocrazia, salvo poi osteggiare la selezione che ne consegue. Non appena prevale il criterio meritocratico, ecco che riemergono il localismo e il protezionismo. Sono da sempre convinto che le regole determinino i comportamenti. Più le regole sono complesse più diventano interpretabili con gli amici e applicabili ad hoc con i nemici».
Per far carriera meglio essere figli o parenti di medici?
«Aiuta. Io un mezzo santo in paradiso l’avrei pure avuto. Sono nipote del professor Gianni De Bastiani, un luminare dell’ortopedia che riusciva ad allungare le gambe ai nani. Era ancora operativo e in auge quando giurai a me stesso: qualsiasi specialità, ma non ortopedia! Il solo pensiero che mio zio potesse spianarmi la strada era intollerabile».
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