La chitarra «nera» di Buddy Guy il santone che ha cambiato il blues

Purtroppo non è un gran momento per il blues se Buddy Guy, il maestro del moderno blues di Chicago e di Jimi Henrdix, chiamato il Muhammad Alì della musica del Diavolo, tiene stasera il suo unico show italiano al Live Club di Trezzo D’Adda.
Un chitarrista formidabile che quando imbraccia la chitarra è un tornado dagli assolo corrosivi e taglienti nel coniugare tecnica e cuore. Un uomo che ha segnato la storia del blues legando la tradizione rurale a quella urbana, unendo il rhythm and blues più bollente alle pulsioni elettriche di Chicago. Con Magic Sam e Otis Rush ha rinnovato completamente il linguaggio del blues elettrico; Sam, meno virtuoso ma altrettanto poetico, è morto precocemente, Rush s’è perso per strada anche se, quando ricompare, fa sentire la zampata del leone. Buddy Guy con i suoi fraseggi chitarristici lunghissimi e vari, la voce dinamica, pulsante, a tratti isterica, dagli anni Cinquanta, senza rinunciare alle radici, ha ribaltato l’iconografia del bluesman emarginato e perdente per antonomasia. Negli anni Sessanta ha segnato i suoi dischi per la benemerita Chess sono piccoli capolavori e anche ottimi successi commerciali (incredibile la sua versione di First Time I Met the Blues con un introduzione chitarristica esplosiva). La crisi viene negli anni Ottanta, ma i grandi del rock non possono dimenticare un maestro come lui. Se ai tempi d’oro Jimi Hendrix annullò un suo concerto per correre sotto il palco del suo idolo, negli anni Ottanta è Eric Clapton (che dichiarerà: «Buddy Guy è stato per me quello che per altri è stato Elvis: il mio pilota») a riportarlo sulla breccia. «Eric mi ha voluto nella sua tournée e nell’album dal vivo 24 Nights. Dicono che noi neri siamo i maestri ma poi ci vuole una rockstar per farti tornare nel giro grosso». E lui c’è tornato con il fascino e le vendite del cd del ritorno, Damn Right I’ve Got the Blues, del 1991, che lo ha riportato in pista più fresco e inventivo che mai (premiato anche con una fila di Grammy). Oggi Guy, con i suoi eccessi istrionici, è croce e delizia dei veri appassionati di blues. Nelle ballate classiche e nelle 12 battute è un asso insuperabile per calore e feeling, ma orami - soprattutto dal vivo - si dedica sempre di più alle gigionerie funky e soul e alle imitazioni satiriche dei grandi del rock. Anche un album come Bring’em, ad esempio, nel passare dal country al folk di Bob Dylan, nel alleggerire la drammatica I Put a Spell On You di Scramin’ Jay Hawkins con il supporto della furba chitarra di Santana, nel fare il verso a Isaac Hayes e Wilson Pickett lascia perplessi i puristi, che lo amano svisceratamente negli album acustici - chitarra voce e armonica - insieme a Junior Wells (sono tutti delle piccole chicche, sia quelli dal vivo che in studio).
Guy ribatte agli appassionati dicendo: «Io so cos’è il vero blues, per questo posso permettermi di rinnovarlo e mi rimetto sempre in gioco. Se volessi fare una montagna di soldi inciderei qualche pezzo rock con assolo ad effetto e un po’ di ritmo dance, ma non amo le porcherie».